Due donne australiane rimpatriate dalla Siria rischiano ora di essere incriminate per tratta di esseri umani, dopo che le autorità hanno aperto un’indagine sulle loro attività durante il periodo trascorso nei territori controllati dallo Stato Islamico. Le due, rientrate lo scorso anno da un campo di detenzione nel nord-est siriano, erano state inizialmente considerate vittime del reclutamento jihadista. Ma nuovi elementi raccolti dall’intelligence e dalla polizia federale suggeriscono che potrebbero aver avuto un ruolo attivo nel trasferimento forzato di minori verso aree controllate dal gruppo estremista, responsabile di gravi violenze e violazioni dei diritti umani.
Secondo fonti investigative, le donne avrebbero facilitato lo spostamento di bambini — alcuni dei quali non loro parenti — verso zone di combattimento, contribuendo a sottrarli alle famiglie o a mantenerli sotto il controllo dell’organizzazione. Le autorità stanno ora valutando se procedere con accuse formali, che potrebbero includere reati legati alla tratta, alla detenzione illegale e al sostegno a un’organizzazione terroristica. Il governo australiano, che negli ultimi anni ha rimpatriato con cautela un numero limitato di donne e minori dai campi siriani, ha ribadito che ogni rientro è subordinato a rigorosi controlli di sicurezza.
Le associazioni per i diritti umani invitano alla prudenza, ricordando che molte donne nei campi sono state vittime di coercizione e violenza, mentre i critici sostengono che il Paese non possa permettersi rischi legati al ritorno di individui radicalizzati. L’indagine, ancora in corso, rappresenta un banco di prova per la strategia australiana di gestione dei rimpatri e per la capacità delle istituzioni di distinguere tra vittime e complici all’interno di un contesto segnato da anni di guerra, propaganda e sfruttamento.






