Il tribunale di Innsbruck ha dichiarato colpevole Thomas Plamberger, 37 anni, per la morte della fidanzata Kerstin Gurtner, deceduta per assideramento durante una scalata sul Grossglockner nel gennaio 2025. La vicenda, ricostruita in aula e dai media austriaci, ha scosso l’opinione pubblica per la dinamica drammatica e per le responsabilità attribuite all’uomo, accusato di averla lasciata sola in condizioni estreme a pochi metri dalla vetta.
Secondo gli atti del processo, la coppia stava affrontando un’ascesa notturna con temperature sotto i -8 °C. Gurtner, esausta e in difficoltà, si sarebbe fermata incapace di proseguire. Plamberger sostiene di essersi allontanato per cercare aiuto, ma per l’accusa la scelta di lasciarla indietro, senza adeguata protezione né possibilità di riparo, ha avuto un ruolo determinante nella tragedia.
Gli inquirenti hanno evidenziato una serie di errori di valutazione e omissioni che, secondo il tribunale, configurano l’omicidio colposo. La sentenza prevede cinque mesi di reclusione con sospensione condizionale e una multa di 9.600 euro, una pena che ha suscitato reazioni contrastanti. Alcuni osservatori la ritengono troppo lieve rispetto alla gravità dei fatti, mentre altri sottolineano che Plamberger non avrebbe agito con intenzione, ma in preda al panico e alla disorganizzazione.
La famiglia della vittima ha accolto il verdetto con amarezza, chiedendo maggiore attenzione alla sicurezza in montagna e alla responsabilità degli accompagnatori, anche quando non si tratta di guide professioniste. Il caso riapre infatti il dibattito sulla preparazione degli escursionisti e sulla sottovalutazione dei rischi in alta quota, soprattutto durante ascensioni notturne o in condizioni meteorologiche avverse.
La tragedia del Grossglockner resta un monito severo: in montagna, ogni scelta può essere decisiva e la linea tra imprudenza e fatalità è spesso sottilissima.



