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Iran, Usa schierano la più grande forza aerea dal 2003. Pentagono: “Non significa attacco imminente”

Iran, Usa schierano la più grande forza aerea dal 2003. Pentagono: “Non significa attacco imminente”

La USS Gerald R. Ford al largo di Israele. Teheran chiude lo spazio aereo per lanci missilistici. AEIA avverte: “Non abbiamo molto tempo”. Almeno 26 manifestanti condannati a morte
venerdì, 20 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Washington non ha ancora deciso se colpire l’Iran, ma le forze armate statunitensi sono pronte. Secondo indiscrezioni della stampa americana, l’amministrazione di Donald Trump non ha preso una decisione definitiva, mentre sul terreno è stato completato un massiccio schieramento.

Fonti del Pentagono parlano della più grande concentrazione di potenza aerea in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Nelle ultime settimane sono arrivati nella regione caccia F 35 e F 22, velivoli di comando e controllo e sistemi di difesa aerea. Una seconda portaerei è in arrivo.

La USS Gerald R. Ford dovrebbe posizionarsi al largo di Israele entro fine settimana e contribuire alla difesa di Tel Aviv in caso di rappresaglie iraniane. Lo schieramento consentirebbe non solo un raid mirato, ma anche una campagna aerea prolungata. Nei prossimi giorni parte del personale statunitense sarà spostata temporaneamente fuori dalla regione, soprattutto in Europa o negli Stati Uniti. Il Pentagono precisa che si tratta di procedure standard e che ciò “non segnala necessariamente che un attacco sia imminente”. Teheran risponde con proprie mosse militari.

Un avviso per la sicurezza aerea prevede la chiusura di ampie aree nel sud del Paese in vista di lanci missilistici. Negli ultimi giorni si sono svolte esercitazioni con la Russia nel Golfo dell’Oman e nell’Oceano Indiano, con l’obiettivo dichiarato di “migliorare il coordinamento operativo e lo scambio di esperienze militari”. Il rischio è un’escalation a specchio mentre la decisione politica resta sospesa.

Nucleare, dialogo fragile

Sul piano diplomatico, i colloqui indiretti tra Washington e Teheran, mediati dall’Oman a Ginevra, hanno aperto uno spiraglio ma restano fragili. Il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, avverte: “Abbiamo fatto passi avanti, ma non abbiamo molto tempo”. Per la prima volta, aggiunge, “stiamo iniziando a parlare di cose concrete”, ma un accordo resta “estremamente complesso”.

Russia e Cina hanno ribadito il sostegno a Teheran con una lettera congiunta per confermare la volontà di proseguire la cooperazione con l’Agenzia. Il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, rivendica il diritto all’arricchimento: “La base dell’industria nucleare è l’arricchimento. Nessun Paese può privare l’Iran del diritto di beneficiare pacificamente di questa tecnologia”. Una posizione che mantiene alta la tensione con l’Occidente.

Israele in allerta, Mosca e Ue aumentano la pressione

Secondo i media israeliani, le autorità di sicurezza di Tel Aviv si preparano a uno scenario di escalation. Il Comando del Fronte Interno e le agenzie di soccorso sono in stato di massima allerta, temendo una reazione iraniana in caso di attacco americano. Da Mosca, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov parla di “gravi conseguenze” in caso di nuove operazioni statunitensi. “Nessuno vuole un aumento della tensione. Tutti capiscono che si tratta di giocare col fuoco”, afferma, richiamando i rischi per siti nucleari sotto supervisione internazionale.

Intanto il Consiglio dell’Unione europea ha formalizzato l’inserimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche, i Pasdaran, nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche. La misura prevede il congelamento dei fondi e il divieto per operatori europei di mettere risorse economiche a disposizione del gruppo.

L’elenco è distinto dal regime che attua le risoluzioni Onu contro Al Qaeda e Isil. La decisione, adottata in una fase di forte tensione tra Washington e Teheran, aumenta ulteriormente la pressione politica sulla Repubblica islamica.

Repressione e condanne

In Iran cresce intanto la repressione. Secondo l’ong Iran Human Rights, almeno 26 manifestanti sono stati condannati a morte dopo le proteste del mese scorso. Centinaia di persone, tra cui minorenni, rischiano la pena capitale. Le sentenze si baserebbero su confessioni estorte sotto tortura e su processi privi di garanzie, denuncia l’organizzazione.

Il direttore Mahmood Amiry Moghaddam avverte che il rischio di esecuzioni di massa è “reale e imminente” e chiede che “salvare la vita dei manifestanti detenuti sia la priorità assoluta in qualsiasi dialogo con la Repubblica islamica”.

Sul fronte britannico, Lindsay e Craig Foreman sono stati condannati a dieci anni di carcere per spionaggio dopo un processo durato tre ore. La ministra degli Esteri del Regno Unito definisce la sentenza “completamente spaventosa e totalmente ingiustificabile”.

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