Si è svolta a Washington la prima riunione formale del Board of Peace, l’organismo privato promosso e presieduto dal presidente americano Donald Trump per delineare il futuro assetto della Striscia di Gaza dopo la guerra.
L’incontro, iniziato alle 9 ora locale e durato circa tre ore, ha fatto il punto sull’attuazione del piano in 20 punti dell’amministrazione statunitense, siglato a ottobre a Sharm el Sheik, e sui progetti di investimento e ricostruzione. Al tavolo il capo del comitato tecnocratico palestinese Ali Sha’at e il mediatore designato, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, già coordinatore speciale Onu per il processo di pace in Medio Oriente.
In un messaggio per il Ramadan, Mladenov ha scritto: “Che questo mese sacro sia fonte di riflessione, misericordia e rinnovata speranza di pace e dignità”.
L’ipotesi della base militare a zona arida nei pressi di Rafah, già colpita dai bombardamenti, con un’estensione superiore a un chilometro quadrato. Il progetto includerebbe recinzioni, torri di osservazione, bunker e strutture logistiche.
Dall’amministrazione americana è arrivata una precisazione: “Come ha detto il presidente, nessun soldato statunitense sarà sul terreno”, senza ulteriori commenti sui documenti trapelati.
Italia ed Europa al tavolo
L’Italia partecipa come osservatrice. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, a Washington su delega della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha dichiarato: “Non si tratta di stare a favore di uno o contro qualcun altro, noi lavoriamo esclusivamente per la pace”. E ancora: “L’Italia sarà presente alla ricostruzione perché è vitale la stabilizzazione di quel territorio. Presenteremo un nostro piano finanziario”. Sono presenti, a vario titolo, anche Germania, Regno Unito, Norvegia e altri Paesi europei.
Per la Commissione europea partecipa la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica. Bruxelles ha chiarito che la presenza “non significa che la Commissione diventi membro del Board”, ma rientra nell’impegno per il cessate il fuoco e la ricostruzione.
L’Ue ribadisce il sostegno alla soluzione dei due Stati e ricorda di essere il principale donatore per i palestinesi, con un programma pluriennale da 1,6 miliardi di euro per il 2025-2027 e oltre 550 milioni di assistenza umanitaria dall’ottobre 2023.
In un incontro preparatorio a New York, Egitto e Giordania hanno auspicato che il Board contribuisca a creare “le condizioni adeguate per avviare un percorso politico serio e credibile” verso uno Stato palestinese indipendente sui confini del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est capitale, definito “unico modo per raggiungere sicurezza e stabilità nella regione”.
Tensioni sul terreno
Mentre a Washington si discute di governance e ricostruzione, sul terreno la situazione resta tesa. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato raid contro infrastrutture di Hezbollah nel sud del Libano. In Cisgiordania un palestinese è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nell’area di Ramallah, secondo il ministero della Salute palestinese.
L’Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha espresso timori di una “pulizia etnica” a Gaza e in Cisgiordania, citando “l’intensificazione degli attacchi, la distruzione sistematica di interi quartieri” e trasferimenti forzati che “sembrano mirati allo sfollamento permanente”.
Al Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti hanno evitato di condannare le recenti misure israeliane che facilitano l’espansione dei coloni in Cisgiordania, concentrando l’intervento sugli sforzi diplomatici a Gaza. Intanto il segretario di Stato Marco Rubio è atteso in Israele il 28 febbraio per un incontro con il premier Benjamin Netanyahu.
Sul piano militare, la portaerei statunitense Gerald R. Ford è in arrivo nel Mediterraneo orientale e, secondo fonti americane, rafforzerà la deterrenza contro possibili attacchi iraniani.



