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Cisgiordania, Israele avvia dichiarazione di “terreni statali”. Trump lancia il Board con 5mld per Gaza

Condanna di Lega Araba, Egitto e Ue. Il 19 febbraio il primo vertice del “Board of Peace”, Trump: “Organismo dal potere illimitato”. Europa fuori, Italia parteciperà come osservatore
martedì, 17 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Mentre a Washington prende forma il “Board of Peace” voluto da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza, Israele accelera in Cisgiordania e lancia un ultimatum a Hamas. Per la prima volta dal 1967, il governo israeliano intende dichiarare vaste aree della Cisgiordania “terreni statali”, riattivando le procedure di registrazione fondiaria nei territori occupati.

La misura è interpretata da diversi attori regionali come un passo verso l’annessione. La Lega Araba ha “condannato con la massima fermezza” la decisione, definendola “una pericolosa escalation e una flagrante violazione del diritto internazionale”, nonché “un passo preliminare verso l’annessione del territorio palestinese occupato”. Per l’Autorità Nazionale Palestinese si tratta di un atto “unilaterale e illegittimo” volto a consolidare giuridicamente un controllo già esercitato sul terreno. Anche l’Egitto parla di “pericolosa escalation”. Da Bruxelles il portavoce della Commissione per gli Affari esteri, Anouar El Anouni, ribadisce che “l’annessione è illegale secondo il diritto internazionale ed è un passo nella direzione sbagliata”. L’Unione europea non entrerà formalmente nel nuovo organismo promosso dagli Stati Uniti.

Ultimatum a Hamas: “60 giorni per disarmarsi”

Sul fronte di Gaza, il consigliere senior di Benjamin Netanyahu, Yossi Fuchs, avverte: Hamas ha “60 giorni di tempo per disarmarsi, altrimenti l’Idf tornerà in guerra”. Il termine, richiesto dall’amministrazione Trump, sarà rispettato da Israele e prevede che“l’organizzazione terroristica rinunci a tutte le sue armi, compresi i fucili”. Netanyahu esclude concessioni sulle armi leggere: disarmare Hamas significa togliere “60mila AK 47 ancora in dotazione”, le stesse con cui il 7 ottobre 2023 è stato compiuto il massacro, “con gli AK 47”.

Ieri l’esercito ha riferito di aver ucciso sei miliziani in un tunnel a Rafah e altri tre la settimana precedente. “Diversi terroristi sono stati eliminati in combattimenti a distanza ravvicinata”, precisa l’Idf. Le organizzazioni umanitarie segnalano una situazione civile ancora critica, con infrastrutture sanitarie e reti idriche compromesse. Tensioni anche al confine nord: nel sud del Libano un drone israeliano ha colpito un autobus scolastico, uccidendo l’autista, in quella che fonti libanesi definiscono una violazione del cessate il fuoco in vigore dal novembre 2024. Washington insiste su un disarmo verificabile come condizione per una stabilizzazione duratura della Striscia.

Il “Board of Peace”

Il 19 febbraio a Washington si terrà la prima riunione del “Board of Peace”, l’organismo voluto da Trump per la stabilizzazione e la ricostruzione di Gaza. Secondo il presidente americano sono già stati impegnati oltre 5 miliardi di dollari per aiuti, infrastrutture civili, reti energetiche e idriche, ospedali, scuole e una forza internazionale di sicurezza. Trump lo ha definito un organismo dal “potere illimitato”, destinato a diventare “l’organismo internazionale più influente della storia”. Circa trenta Paesi avrebbero aderito, ma la lista dei presenti è ancora in definizione. Netanyahu non parteciperà e invierà il ministro Gideon Sa’ar.

L’Italia sarà “Paese osservatore”: “non possiamo restare fuori dalla ricostruzione di Gaza”, afferma Antonio Tajani. L’Ue invierà la commissaria Dubravka Šuica ma “non diventerà membro”. Diversi governi europei esprimono riserve su un organismo senza scadenza definita e con un ruolo centrale della presidenza americana. Da Mosca il vice ministro Serghei Ryabkov dice che la Russia non ha “fretta” di decidere e critica la tendenza di Washington a sostituire “strutture e meccanismi dell’architettura internazionale” con approcci in cui “Washington abbia l’ultima parola”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz non sarà presente.

Pizzaballa: “Non è il tempo dei grandi gesti”

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa invita alla prudenza: “Parlare di pace in Terra Santa oggi non ha molto senso. La pace ha bisogno di condizioni e fiducia, e oggi non ci sono”. La “congiuntura locale e internazionale non va verso un’alba di pace” e “non è il tempo dei grandi gesti, ma quello del preparare”. Anche davanti alle macerie, conclude, “non è tutto perduto, si può ricominciare”, ma serviranno prima risorse spirituali che politiche.

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