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Iran apre su diluizione dell’uranio al 60%, ma chiede la revoca delle sanzioni: “Missili non negoziabili”

Domani a Ginevra il secondo round con Washington. Trump: “Se non c’è un accordo vero, non lo accetteremo”. Mosca offre “buoni servizi”. Araghchi contro l’Europa: “Ha perso ogni peso geopolitico”
lunedì, 16 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Teheran apre a un’intesa sul nucleare ma rilancia sulle sanzioni e chiude a qualsiasi limitazione del programma missilistico. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è partito per la Svizzera: martedì a Ginevra è previsto il nuovo round di colloqui indiretti con Washington, dopo quello in Oman. In agenda incontri con il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Grossi e con i rappresentanti di Svizzera e Oman. Il negoziato si svolge mentre l’Iran ha accumulato uranio arricchito al 60 per cento, livello vicino alla soglia militare, e l’Aiea chiede maggiore accesso agli impianti e chiarimenti su attività pregresse.

Il vice ministro Majid Takht-Ravanchi ha dichiarato alla Bbc: “Ora la palla è nel campo degli Stati Uniti: devono dimostrare di voler raggiungere un accordo”. Teheran è pronta a “valutare compromessi”, inclusa la diluizione del 60 per cento, ma solo se Washington discuterà “la revoca delle sanzioni”, senza un ritorno automatico ai parametri del 2015. Escluso il dossier missilistico. “Quando siamo stati attaccati da israeliani e americani, i nostri missili sono stati di soccorso. Come possiamo accettare di privarci delle nostre capacità difensive?”, ha aggiunto Takht-Ravanchi, avvertendo che una nuova guerra sarebbe “traumatica” e “negativa per tutti”.

Pressioni da Washington e Israele

Sul fronte opposto, secondo media israeliani, il presidente Donald Trump e il premier Benjamin Netanyahu avrebbero concordato di rafforzare la “massima pressione” su Teheran, in particolare sulle vendite di petrolio alla Cina. “La palla è nel loro campo. Se non ci sarà un accordo vero, non lo accetteremo”, ha dichiarato un funzionario statunitense. Netanyahu avrebbe espresso scetticismo sulla tenuta di un eventuale accordo. Trump avrebbe replicato che un’intesa “merita una possibilità”, mantenendo però una linea negoziale rigida. Tra le misure allo studio, controlli più severi sull’export petrolifero iraniano e sulle reti finanziarie e assicurative usate per aggirare le sanzioni.

Mosca pronta a mediare

In parallelo, la Russia si propone come mediatore. L’ambasciatore russo in Israele Anatoly Viktorov ha confermato contatti con Teheran e Tel Aviv “su richiesta di entrambe le parti” per evitare uno scontro diretto. Mosca è pronta a offrire i propri “buoni servizi, senza imporli” e ad assistere nell’attuazione di un eventuale accordo. L’attivismo del Cremlino mira a mantenere un ruolo centrale nei dossier mediorientali e a scongiurare un’escalation tra Israele e Iran.

Scontro con l’Europa

Alla vigilia dei colloqui, Araghchi ha attaccato l’Europa, definendo “Circo di Monaco” i dibattiti sull’Iran alla Conferenza sulla sicurezza. “L’Ue sembra confusa” e ha perso “ogni peso geopolitico” nella regione, ha scritto su X. Secondo il ministro, l’E3, Francia Germania e Regno Unito, non è più un interlocutore centrale. “Un tempo interlocutore chiave, l’Europa ora è scomparsa”. Un ridimensionamento rispetto al ruolo svolto nel 2015. Il presidente Masoud Pezeshkian ha aggiunto che l’Iran “non ha bisogno di un guardiano esterno” e può risolvere i propri problemi attraverso la cooperazione regionale.

Repressione e scarcerazioni

Mentre si tratta sul nucleare, prosegue la stretta interna. È stato rilasciato su cauzione Mohsen Aminzadeh, ex viceministro degli Esteri e figura riformista arrestata dopo aver criticato la repressione delle proteste esplose a fine dicembre per il crollo del rial e il caro vita. L’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni essenziali hanno trasformato le proteste economiche in contestazione politica. Diversa la sorte di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023, trasferita in una prigione nel nord del Paese. Secondo il marito e il suo avvocato avrebbe subito “colpi particolarmente violenti alla testa”, con vertigini e disturbi alla vista. Condannata per “associazione” e “propaganda”, aveva già denunciato le condizioni carcerarie con uno sciopero della fame. Le autorità parlano di 3.117 morti nella repressione. Organizzazioni per i diritti umani stimano oltre 7mila vittime e più di 53mila arresti.

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