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Riapre il valico di Rafah, via solo 50 pazienti al giorno. Raid israeliani a Gaza e nel sud del Libano

Ammessi solo malati gravi, escluse merci e carburante. Bombardamenti nella zona umanitaria di al-Mawasi e attacchi contro obiettivi di Hezbollah
martedì, 3 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

La parziale riapertura del valico di Rafah ha segnato un passaggio simbolico nel fragile cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ma sul terreno la situazione resta tesa. Secondo il meccanismo concordato tra Israele ed Egitto sotto supervisione europea, nei primi giorni potranno attraversare Rafah al massimo cinquanta persone al giorno in ciascuna direzione. L’uscita è consentita esclusivamente a pazienti gravi, accompagnati da due familiari e previa autorizzazione di sicurezza israeliana.

Il rientro riguarda solo i residenti rimasti bloccati all’estero durante la guerra. Restano esclusi il traffico commerciale e il passaggio di merci, carburante e materiali per la ricostruzione, un limite che continua a pesare sull’economia della Striscia e sull’afflusso di aiuti. Le autorità sanitarie palestinesi giudicano le quote insufficienti. Migliaia di feriti e malati restano in lista d’attesa per cure all’estero. I nominativi dei casi più gravi sono stati trasmessi all’Organizzazione mondiale della sanità, che coordina le procedure con Egitto e autorità internazionali. Una parte delle evacuazioni mediche continua a passare dal valico di Kerem Shalom, dove operano la Mezzaluna Rossa egiziana e altre organizzazioni umanitarie.

Bombe nella zona umanitaria di al-Mawasi

La riapertura di Rafah avviene mentre la violenza non si arresta. Nel sud della Striscia, nell’area costiera di al-Mawasi, indicata da Israele come “zona umanitaria”, fonti ospedaliere hanno riferito dell’uccisione di un bambino di tre anni in un bombardamento che ha colpito tende di sfollati. L’episodio riaccende le polemiche sulla reale sicurezza dell’area, più volte colpita nonostante la presenza di decine di migliaia di civili. Dall’entrata in vigore della tregua di ottobre, il bilancio delle vittime a Gaza continua a crescere, alimentando accuse di violazioni ripetute del cessate il fuoco.

Raid sul Libano

Sul fronte settentrionale, l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi attribuiti a Hezbollah nel Libano meridionale, nelle aree di Kfar Tebnit, Ain Qana ed Ebba. Israele afferma di aver preso di mira depositi d’armi e infrastrutture militari collocate in aree civili. In diversi raid sono rimasti uccisi presunti miliziani dell’organizzazione sciita. La UNIFIL ha denunciato il rilascio di sostanze chimiche non identificate durante le operazioni, che avrebbe costretto le forze Onu a sospendere per ore le attività lungo la Blue Line, compromettendo il monitoraggio della tregua. In una nota, la missione ha definito l’azione “inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701”, chiedendo a Israele di cessare attività che mettano a rischio civili e peacekeeper.

Accuse regionali di violazioni del piano di pace

Cresce intanto la pressione diplomatica. Otto Paesi mediorientali, tra cui Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, accusano Israele di violare il piano di pace promosso dagli Stati Uniti, avvertendo che il ripetersi delle violazioni rischia di innescare una nuova escalation. Restano forti le tensioni anche sul fronte umanitario. Il governo spagnolo ha condannato la decisione israeliana di sospendere le attività di Medici Senza Frontiere a Gaza. L’organizzazione parla di “un pretesto per impedire gli aiuti” e denuncia di essere stata costretta a scegliere tra operare senza garanzie di sicurezza o interrompere cure salvavita in un sistema sanitario al collasso.

Il ruolo dell’Ue

Sul piano europeo, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha definito l’apertura di Rafah “un passo concreto e positivo”, sottolineando che per i malati di Gaza rappresenta “un’ancora di salvezza”, ma ha ribadito la necessità di un afflusso massiccio di aiuti. Bruxelles considera il funzionamento stabile del valico anche un passaggio chiave in vista di una futura ricostruzione, legata però alle condizioni di sicurezza e alla smilitarizzazione della Striscia. A completare il quadro, Londra ha annunciato nuove sanzioni contro dieci alti funzionari iraniani, tra cui il ministro dell’Interno, accusati di responsabilità dirette nella repressione delle proteste interne, segno di una crisi regionale che continua ad allargarsi ben oltre Gaza.

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