In seguito alla decisione dell’Unione europea di inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche, da Teheran è arrivata una risposta immediata e simmetrica. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf ha annunciato che, per ritorsione, gli eserciti dei Paesi europei coinvolti nella decisione Ue vengono ora considerati “gruppi terroristici” dalla Repubblica islamica. Una linea già anticipata nei giorni scorsi dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, che ha parlato di una risoluzione parlamentare pronta a colpire gli apparati militari europei sul piano politico e simbolico.
Sul piano strategico, il messaggio di Teheran resta però ambiguo. Da un lato, la leadership iraniana continua a evocare scenari di escalation. La Guida suprema Ali Khamenei ha avvertito che un eventuale attacco statunitense porterebbe a una “guerra regionale”, mentre i vertici militari hanno ribadito di essere pronti a rispondere a qualsiasi “errore” americano, con il capo dell’esercito regolare che ha dichiarato che “le dita sono sul grilletto”.
Dall’altro lato, la diplomazia non viene formalmente archiviata. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in un colloquio con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ha insistito sulla priorità della via negoziale, pur chiarendo che ogni aggressione riceverà una risposta “decisa e autorevole”. Nella stessa direzione vanno le parole di Ali Larijani, che ha parlato apertamente della costruzione di una struttura per futuri negoziati con Washington, ridimensionando la “guerra mediatica” delle ultime settimane.
Anche sul piano interno iraniano, la tensione è alimentata da episodi confusi. Un’esplosione in un edificio residenziale a Bandar Abbas, nel sud del Paese, ha provocato vittime e feriti. Le autorità hanno attribuito l’incidente a una fuga di gas, escludendo sabotaggi o attacchi esterni, nonostante segnalazioni di altre esplosioni minori in diverse aree. In parallelo, i media statali hanno diffuso immagini di Khamenei in preghiera sulla tomba di Ruhollah Khomeini, alla vigilia dell’anniversario della Rivoluzione islamica, per smentire le voci secondo cui la Guida suprema si troverebbe nascosta in un bunker per timore di un attacco americano.
Posizione Usa e cautele internazionali
Anche dagli Stati Uniti il messaggio resta volutamente doppio. Il presidente Donald Trump ha affermato che l’Iran “sta parlando con noi in modo serio” e che esiste la speranza di arrivare a “qualcosa di accettabile”, salvo poi aggiungere che, in assenza di un accordo, “vedremo cosa succederà”. Sul suo social Truth Social, Trump ha rilanciato un video non verificato che mostrerebbe una presunta fuga disordinata dei pasdaran a Teheran, alimentando il clima di pressione psicologica senza fornire riscontri concreti. Nel frattempo, i canali regionali e internazionali lavorano per evitare l’incidente irreversibile. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha incontrato a Teheran Ali Larijani per discutere di iniziative di de-escalation, mentre diversi Paesi arabi continuano a sollecitare moderazione, temendo che un conflitto diretto tra Stati Uniti e Iran finisca per travolgere l’intera regione. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che ha ribadito che la posizione di Roma resta quella del dialogo, assicurando un monitoraggio costante della situazione attraverso l’unità di crisi e l’ambasciata a Teheran.



