Una nuova escalation di violenza ha colpito il sud‑ovest del Pakistan, dove una serie coordinata di attacchi condotti da gruppi militanti ha provocato la morte di almeno 33 persone. Gli assalti, avvenuti in diverse località della provincia del Balochistan, hanno preso di mira posti di blocco, convogli di sicurezza e aree abitate, in un’ondata di violenza che le autorità definiscono “tra le più gravi degli ultimi mesi”. Le forze di sicurezza pakistane hanno risposto con operazioni su larga scala, uccidendo 92 aggressori in scontri prolungati che si sono estesi per ore. Il Balochistan, regione strategica e instabile al confine con Iran e Afghanistan, è da anni teatro di insurrezioni separatiste, attività jihadiste e tensioni etniche. Secondo fonti governative, gli attacchi sarebbero stati condotti da gruppi armati che operano nella zona montuosa al confine occidentale, sfruttando la complessità del territorio e la difficoltà di controllo delle aree più remote. Le autorità non hanno ancora attribuito formalmente la responsabilità, ma sospettano la presenza di cellule legate a movimenti separatisti e a reti estremiste transfrontaliere. Il governo federale ha condannato gli attacchi, definendoli un tentativo di destabilizzare il Paese in un momento già segnato da tensioni politiche ed economiche. Le operazioni di sicurezza proseguono, mentre l’esercito ha rafforzato la presenza nelle aree colpite e avviato rastrellamenti per intercettare eventuali militanti in fuga. Intanto, le comunità locali piangono le vittime e temono nuove violenze, in una regione dove la sicurezza resta fragile e la popolazione vive da anni in un equilibrio precario. La comunità internazionale segue con attenzione gli sviluppi, consapevole che la stabilità del Balochistan è cruciale per le rotte energetiche e per i progetti infrastrutturali che attraversano il Pakistan. Ma per gli abitanti della regione, la priorità immediata è una sola: fermare un ciclo di violenza che sembra non trovare tregua.



