La Corea del Sud vive uno dei momenti più tesi della sua storia democratica recente. I procuratori speciali hanno chiesto la pena di morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol, accusato di essere il “capofila dell’insurrezione” legata al fallito tentativo di imporre la legge marziale nel dicembre 2024. La richiesta è arrivata durante l’udienza finale presso il Tribunale distrettuale centrale di Seul, segnando un passaggio giudiziario senza precedenti dagli anni delle dittature militari. Secondo l’accusa, Yoon avrebbe tentato di mantenere il potere prendendo il controllo di Parlamento e magistratura, dichiarando la legge marziale il 3 dicembre 2024 e bloccando l’accesso all’Assemblea nazionale per alcune ore. L’azione, durata circa sei ore, provocò una reazione immediata dei legislatori, che riuscirono a riunirsi comunque e a revocare l’ordine, aprendo la strada alla destituzione del presidente e al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 2025. La Corea del Sud non esegue condanne capitali dal 1997, ma la pena di morte resta prevista per reati di estrema gravità, tra cui l’insurrezione. Il precedente più noto è quello dell’ex dittatore Chun Doo-hwan, la cui condanna capitale fu poi commutata in ergastolo prima della grazia presidenziale. Il processo coinvolge anche altri sette imputati, tra cui l’ex ministro della Difesa Kim Yong Hyun, accusati di aver sostenuto il tentativo di colpo di Stato. La sentenza è attesa per febbraio e potrebbe avere ripercussioni profonde sulla stabilità politica del Paese. Mentre l’opinione pubblica resta divisa, gli analisti sottolineano che il caso Yoon rappresenta un banco di prova per la resilienza democratica sudcoreana: un Paese che, pur mantenendo la pena di morte nei codici, non la applica da quasi trent’anni, ma che ora si trova a giudicare un ex capo di Stato accusato di aver minacciato l’ordine costituzionale.



