Mentre il regime intensifica la repressione violenta, organizza manifestazioni filogovernative e funerali di Stato per i militari uccisi negli scontri, le proteste in Iran continuano senza sosta nonostante un blackout quasi totale di Internet. Testimonianze raccolte dalla CNN parlano di una violenza diffusa nelle strade di Teheran. Una donna ha raccontato di aver visto “corpi ammucchiati gli uni sugli altri” in un ospedale della capitale, mentre altri testimoni riferiscono di vittime “di tutte le età”.
Le proteste, iniziate per l’inflazione e il carovita, si sono estese a oltre 100 città. Secondo NetBlocks, la censura della rete dura ormai da oltre 60 ore consecutive, con una connettività “praticamente nulla” in gran parte del Paese, rendendo impossibile una verifica indipendente degli eventi sul terreno. Il bilancio delle vittime resta oggetto di stime divergenti. La Human Rights Activists News Agency (Hrana), ong statunitense che si basa su una rete di attivisti interni, ha riferito ieri di almeno 203 morti confermati, di cui 162 manifestanti e 41 membri delle forze di sicurezza, e 3.280 arresti dall’inizio delle proteste il 28 dicembre.
Secondo altre organizzazioni per i diritti umani con sede in Europa, il numero reale delle vittime potrebbe essere molto più alto: una ong con base in Norvegia parla di oltre 460 morti, con corpi raccolti in obitori improvvisati e ospedali al collasso. Secondo Iran International, la repressione colpisce anche i riti funebri. Le forze di sicurezza avrebbero sparato gas lacrimogeni e utilizzato armi ad aria compressa contro i familiari delle vittime nel cimitero Behesht-e Zahra di Teheran.
Fonti informate riferiscono inoltre che alle famiglie verrebbe richiesto il pagamento di circa 6.000 dollari per ottenere la restituzione delle salme. Un appello alla de-escalation è arrivato anche dal Vaticano. All’Angelus di ieri, Leone XIV ha invitato a “coltivare con pazienza il dialogo e la pace” in Iran e in Siria, ricordando le vittime delle violenze e chiedendo che prevalga il bene comune.
Washington valuta opzioni
La crisi ha ormai assunto una dimensione internazionale. Due funzionari statunitensi hanno riferito alla CNN che Donald Trump sta valutando “una serie di possibili opzioni” in risposta alla repressione, pur senza aver preso una decisione definitiva. Secondo il New York Times, al presidente è stato presentato un ventaglio di scenari, inclusi attacchi mirati contro apparati di sicurezza iraniani, ma gli stessi vertici militari avrebbero chiesto più tempo per preparare il dispositivo e valutare il rischio di rappresaglie nella regione. All’interno dell’amministrazione, riferiscono le fonti, si teme che eventuali raid possano “unificare il popolo iraniano a sostegno del governo”.
Accuse a potenze straniere
Da Teheran sono arrivate minacce dirette. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che, in caso di attacco, Stati Uniti e Israele sarebbero considerati “obiettivi legittimi” e colpiti “duramente”. Israele, secondo Reuters e Times of Israel, è in stato di massima allerta. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato una consultazione ristretta sulla sicurezza e riunirà martedì il gabinetto politico-militare.
Ieri Netanyahu ha parlato al telefono con il segretario di Stato americano Marco Rubio per discutere della crisi iraniana e degli sviluppi regionali. Sul piano politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha attribuito le proteste a “terroristi legati a potenze straniere”, pur adottando un tono apparentemente conciliatorio. “Protestare non è la stessa cosa di fare sommosse”, ha dichiarato alla televisione di Stato Irib, invitando la popolazione a prendere le distanze dai “rivoltosi” e assicurando che il governo è “determinato a risolvere i problemi economici”.
Ben più duro il messaggio dei vertici della sicurezza. Il comandante della polizia nazionale, Sardar Radan, ha annunciato che “il livello di scontro è aumentato” e che sono stati effettuati “arresti importanti”. Il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha chiesto alla magistratura di usare il “pugno di ferro” contro i manifestanti. La Guida Suprema Ali Khamenei ha scritto sui social che “la Repubblica islamica non si sottometterà agli stranieri”.


