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Il Disturbo Narcisistico di Personalità: quando l’immagine diventa sopravvivenza

venerdì, 9 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Il Disturbo Narcisistico di Personalità è spesso raccontato attraverso etichette riduttive, come se fosse solo una questione di ego o di eccessivo amore per sé. In realtà, dietro questa definizione si nasconde una sofferenza profonda e silenziosa. Non è una scelta consapevole, ma il risultato di un vuoto interiore difficile da nominare, in cui l’immagine di sé diventa l’unico appiglio possibile per non crollare. Il valore personale, in questo funzionamento, non nasce da dentro, ma si costruisce attraverso lo sguardo degli altri, attraverso la loro approvazione, il loro riconoscimento, la sensazione di essere visti e confermati.

Chi vive questa condizione può apparire forte, sicuro, persino inarrivabile. Spesso mostra controllo, determinazione, un’immagine di stabilità che sembra non incrinarsi mai. Ma dietro quella facciata c’è una tensione costante: la paura che l’immagine perfetta possa rompersi, che una critica, una mancanza di attenzione o uno sguardo che non riconosce facciano emergere un senso di inadeguatezza profondo, un abisso di incertezza difficile da sostenere. L’immagine di sé diventa così la spina dorsale dell’identità, ma proprio per questo resta fragile. Ogni mancata conferma, ogni parola che non arriva, ogni silenzio può far vacillare l’intero equilibrio interiore, generando un vuoto che non è semplice tristezza, ma smarrimento esistenziale.

In questo contesto, le relazioni assumono un significato particolare. Non sono solo luoghi di scambio emotivo, ma diventano specchi indispensabili. L’altro è chiamato, spesso senza saperlo, a confermare il valore, a sostenere l’immagine di sé, a garantire continuità all’identità. Quando questa conferma c’è, l’equilibrio sembra reggere; quando manca, si apre uno spazio di dolore intenso. È in questi momenti che possono emergere reazioni difensive come rabbia, distanza emotiva o svalutazione dell’altro. Non si tratta di cattiveria o manipolazione consapevole, ma di un tentativo disperato di proteggere un sé vulnerabile dalla sensazione di crollo.

Allo stesso modo, la critica non viene vissuta come un semplice punto di vista diverso, ma come una minaccia diretta al valore personale. Ogni osservazione può trasformarsi in una ferita profonda, capace di attivare vergogna, rabbia o un ritiro difensivo. Per proteggersi, la persona può chiudersi, attaccare o allontanarsi emotivamente, perdendo progressivamente il contatto con gli altri e, spesso, anche con se stessa. Con il tempo, questo funzionamento tende a irrigidirsi: le difese diventano automatiche, l’immagine di sé deve restare intatta a ogni costo, anche quando il prezzo da pagare è la compromissione delle relazioni più autentiche e significative.

Le radici di questa sofferenza sono spesso profonde e affondano nelle esperienze precoci, in contesti in cui il valore personale è stato legato alla prestazione, al successo, all’immagine o al riconoscimento esterno. Quando si cresce con l’idea, più o meno esplicita, che si vale solo se si è all’altezza o se si viene approvati, il senso di sé fatica a diventare stabile. È un seme di fragilità che cresce lentamente, spesso nell’ombra, fino a strutturarsi come unico modo possibile di stare al mondo.

La psicoterapia può rappresentare una via di trasformazione importante. Non tanto nel senso di smantellare un’identità, quanto di accompagnare la persona nella costruzione di un sé più stabile, meno dipendente dallo sguardo altrui, più capace di tollerare imperfezioni e limiti. Il percorso, però, è complesso, perché spesso la sofferenza non viene riconosciuta facilmente. Ammettere il dolore che si nasconde dietro il muro della perfezione richiede tempo, fiducia e un profondo lavoro di consapevolezza.

Ma è proprio attraverso questa consapevolezza che può aprirsi uno spazio nuovo: uno spazio in cui il valore non deve più essere dimostrato, difeso o esibito, ma può semplicemente essere sentito. È lì che nasce la possibilità di una vita più autentica, in cui la forza non coincide più con l’assenza di fragilità, ma con il coraggio di riconoscerla.

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