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Israele blocca l’acqua alle strutture Onu per rifugiati mentre Washington spinge per l’apertura di Rafah

Chiude l’Hostage Families Forum ma le operazioni militari proseguono. L’Onu condanna la stretta su Unrwa e ong. A Istanbul mezzo milione in piazza per la Palestina.
venerdì, 2 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Il nuovo anno della guerra in medio oriente si apre con due segnali che in apparenza vanno verso la conclusione del conflitto palestinese. Sul fronte intenro israeliano, l’Hostage Families Forum ha annunciato la chiusura definitiva delle proprie attività, dopo la restituzione della quasi totalità degli ostaggi catturati il 7 ottobre 2023. Resta a Gaza il corpo di un solo prigioniero, il sottufficiale Ran Gvili, la cui restituzione è considerata da Israele una condizione preliminare per avviare i negoziati sulla seconda fase dell’accordo di pace. Sul fronte diplomatico, l’amministrazione di Donald Trump si aspetta che Israele apra nei prossimi giorni il valico di Rafah per consentire il transito dei residenti di Gaza. Finora Tel Aviv aveva ipotizzato un’apertura solo in uscita, posizione che aveva spinto l’Egitto a mantenere chiuso il confine per evitare uno spopolamento della Striscia. Il tema si intreccia con il piano statunitense che prevede l’avvio, già questo mese, dello schieramento di una forza internazionale di stabilizzazione e un graduale ritiro delle truppe israeliane. Tuttavia il conflitto sul terreno non accenna a ammorbidirsi. Le Forze di difesa israeliane hanno ammesso che nella porzione di Gaza sotto controllo di Israele è stata distrutta solo circa la metà della rete di tunnel di Hamas. Secondo il sito Walla, che cita fonti della sicurezza, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato un’intensificazione delle operazioni lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, con unità di genieri impegnate giorno e notte e l’adozione di nuovi metodi per rendere inutilizzabili i tunnel. Attualmente Israele controlla circa il 53 per cento della Striscia. In questo quadro, il capo di stato maggiore dell’Idf, Eyal Zamir, ha ribadito la “determinazione assoluta” di Israele a disarmare Hamas nel corso del 2026, affermando che non sarà consentito al gruppo di ricostruire le proprie capacità militari.

Stretta sulle ong e condanna Onu

In questo contesto, l’Onu ha espresso una dura condanna contro la decisione di Israele di bloccare acqua ed elettricità alle strutture dell’UNRWA. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il provvedimento rischia di compromettere ulteriormente la capacità dell’agenzia di operare a Gaza e di garantire servizi essenziali alla popolazione civile. Il portavoce Stéphane Dujarric ha ricordato che i beni dell’Unrwa sono inviolabili in base alle convenzioni internazionali, mentre il commissario generale Philippe Lazzarini ha definito la misura “inaccettabile” in una fase già segnata da una grave emergenza umanitaria. Alla stretta sulle strutture Onu si affianca la decisione di Tel Aviv di vietare l’ingresso nella Striscia a 37 organizzazioni non governative internazionali, accusate di non aver fornito gli elenchi completi del personale. In questo quadro è intervenuto anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, descrivendo in un videomessaggio da Gerusalemme “un dramma enorme” per la popolazione palestinese, in particolare a Gaza, dove centinaia di migliaia di persone vivono in tende precarie sotto le piogge invernali. Pizzaballa ha sottolineato la necessità di aiuti immediati, ma anche di soluzioni politiche stabili e durature, ribadendo che non può esserci pace senza dialogo con Israele e senza il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

Istanbul: mezzo milione per Gaza

Intanto, a Istanbul, la guerra di Gaza ha mobilitato una vasta protesta popolare. Ieri fino a 500mila persone hanno partecipato a una manifestazione pro Palestina, sventolando bandiere palestinesi e turche e marciando verso il ponte di Galata con lo slogan “Non resteremo in silenzio, non dimenticheremo la Palestina”. Alla marcia, organizzata da oltre 400 associazioni della società civile, ha preso parte anche Bilal Erdogan, figlio del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha auspicato un 2026 di pace per i palestinesi.

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