Nel pieno della bufera commerciale scatenata dalla decisione degli Stati Uniti di reintrodurre dazi su una vasta gamma di prodotti europei (con un impatto diretto chiaramente anche sull’export italiano) Giorgia Meloni si è detta “preoccupata, ma non catastrofista”. Dalla visita ad Ortona, in Abruzzo, il Presidente del Consiglio ha tentato di contenere l’onda d’urto che rischia di travolgere il sistema produttivo nazionale: “È un problema che va affrontato, ma attenzione all’allarmismo”, le sue parole alla stampa, assicurando che il governo è già al lavoro su uno studio di impatto “settore per settore” e che “la prossima settimana incontrerà le categorie produttive”.
L’unica mossa concreta al momento proposta da Palazzo Chigi è una: “Ragionare sulla sospensione delle norme del Green Deal relative all’automotive”, un settore colpito duramente dai nuovi dazi americani. Una richiesta che suona più come una deviazione tattica che come una risposta diretta alla crisi commerciale. “Possiamo sfruttare questa difficoltà per rilanciare la competitività del nostro sistema produttivo”, ha detto Meloni, evocando anche una revisione del Patto di stabilità e un’accelerazione sulla riforma del mercato elettrico.
Ma le opposizioni non ci stanno e attaccano duramente quella che considerano una risposta timida, tardiva e confusa. Il Senatore del Partito Democratico, Antonio Misiani, ha accusato: “La richiesta della Meloni di sospendere il Green Deal come risposta ai dazi equivale a buttare la palla in tribuna. Prima ha minimizzato, poi grida contro l’Europa. Il governo è arrivato totalmente impreparato e non sa dove andare a parare”.
“Tratta la Commissione Ue, non l’Italia”
In un momento in cui la politica italiana mostra segnali di incertezza, è stato il Ministro degli Esteri e Vicepremier Antonio Tajani a ricordare i limiti giuridici e politici dell’azione nazionale: “Non si può negoziare direttamente con gli Stati Uniti perché la competenza è della Commissione europea, in particolare del commissario al Commercio Sefcovic”, ha spiegato da Bruxelles. “Noi possiamo agire in politica commerciale, ed è quello che stiamo facendo per sostenere l’export”. Un’uscita che sembra anche rispondere alle spinte più sovraniste della coalizione di governo, come quelle provenienti dalla Lega, che propone da giorni una “trattativa autonoma” con Washington. Un’idea che collide con i vincoli comunitari e rischia di acuire la spaccatura all’interno della maggioranza, già sotto pressione.
Opposizioni all’attacco
Le forze di opposizione hanno colto la palla al balzo per affondare i colpi. “Meloni non sa più che pesci prendere”, le parole del senatore Enrico Borghi di Italia Viva. “È rimasta in silenzio sperando che la tempesta passasse, ma ora balbetta, anche perché ha una maggioranza spaccata: Forza Italia è con l’Europa, la Lega con Trump, e lei in mezzo, paralizzata”. Mario Turco (M5S) ha rincarato la dose: “Mentre le borse crollano, lo spread si impenna e i risparmi bruciano, Meloni annulla gli appuntamenti e convoca un Consiglio dei ministri non sui dazi, ma sulla sicurezza. La Germania vara un piano da mille miliardi, la Francia investe sull’IA, la Spagna aiuta le imprese. Noi siamo fermi. È un governo comatoso”.
Durissimo anche Riccardo Magi, Segretario di +Europa, che ha accusato il Primo Ministro di “atteggiamento remissivo nei confronti di Trump”, definendola “forte con i deboli e debole con i forti”. “È così che si umilia un Paese intero”.
Il nodo Europa
Sul tavolo di Bruxelles intanto si cerca una strategia comune. Meloni ha più volte ripetuto di non voler aumentare la distanza con i partner europei: “Non è una questione di speranza, ma di ciò che è giusto. Dobbiamo trovare soluzioni comuni”. Una linea che cerca di mediare tra la pressione interna e l’esigenza di rimanere agganciati al treno europeo. Ma l’Europa è già in movimento. La Commissione valuta contromisure simmetriche, i Paesi membri rilanciano investimenti nazionali e la Bce monitora gli effetti sul mercato. In questo contesto, l’Italia rischia l’irrilevanza se non si muove in fretta.
Le imprese attendono, il tempo stringe
Mentre la politica discute, le imprese restano in attesa. Il mercato statunitense vale circa il 10% dell’export italiano: un colpo su quel fronte può mettere in crisi migliaia di aziende, in particolare nel comparto automotive, moda e agroalimentare. Le associazioni di categoria, che Meloni incontrerà nei prossimi giorni, chiedono certezze e protezione. Ma anche visione strategica. In gioco non c’è solo la risposta ai dazi, ma la capacità dell’Italia di reggere l’urto di una nuova stagione di protezionismo globale. Una sfida che non ammette esitazioni.
Intanto le borse globali hanno reagito con un tracollo: in due giorni l’Europa ha perso oltre 1.241 miliardi di euro, con Milano che ha registrato un calo del 6,54%, cancellando i guadagni del 2023. Wall Street ha perso il 5%, Parigi il 4,26%, Francoforte il 5,09%, Londra il 4,94% e Madrid il 6,12%. Anche il prezzo del petrolio è precipitato ai minimi dal 2021.
In questo contesto, la Banca d’Italia ha pubblicato nuove previsioni macroeconomiche per il triennio 2025-2027, inserendo una stima preliminare dell’impatto dei dazi americani: si prevede una crescita del Pil pari allo 0,6% nel 2025, 0,8% nel 2026 e 0,7% nel 2027, con un effetto negativo cumulato superiore a mezzo punto percentuale. Le stime non includono ulteriori misure ritorsive o nuovi shock sui mercati. L’inflazione attesa sarà dell’1,6% nel 2025, 1,5% nel 2026 e 2,0% nel 2027.