La mia critica agli Stati Uniti di oggi nasce dalla delusione di un filoamericano convinto. Avevo ventun anni ed ero già economicamente indipendente quando affrontai il mio primo viaggio in America. Era il 1985. Rimasi negli USA un mese, percorrendo la East Coast da nord a sud lungo la I-95: da Boston a New York, fino a Washington e poi a Orlando. Visitai porti immensi e aeroporti avveniristici, toccando con mano una modernità che allora sembrava il massimo traguardo del mondo possibile.
Ero ospite di uno zio emigrato dall’Italia, diventato primario medico nel Connecticut. L’America gli aveva aperto opportunità straordinarie di realizzazione umana e professionale. Attraverso la sua esperienza, il sogno americano acquistava per me un significato concreto: capacità, studio e impegno potevano trovare riconoscimento e aprire strade nuove.
L’America che incontrai trasmetteva una meravigliosa apertura alla vita. Avvertivo una positività contagiosa, la convinzione che le difficoltà potessero essere affrontate e che il mondo fosse migliorabile. La «ricerca della felicità» mi appariva una promessa da prendere sul serio, un invito a costruire il proprio futuro.
So bene che lo sguardo di un ventenne possiede una luce particolare e che il tempo trascorso modifica le prospettive. Non pretendo di riprodurre un clima irripetibile. Ma il valore di quel ricordo supera la nostalgia: riguarda la fiducia nella libertà, nel merito e nella possibilità di non rassegnarsi. Proprio perché conservo gratitudine per quella promessa, mi addolora vederla oggi insidiata dal rancore identitario e da un nazionalismo che diffida degli alleati e dell’apertura al mondo.
Questa ammirazione non richiede di idealizzare la storia americana, segnata anche da segregazione, violenza e caccia alle streghe. Una parte della grandezza degli Stati Uniti sta nella capacità di correggersi, grazie alle battaglie civili e alle istituzioni che hanno permesso di ridurre la distanza fra i principi proclamati e la realtà. È questa capacità che vorrei vedere nuovamente all’opera. Il sogno americano conserva credibilità se l’opportunità di riscatto rimane accessibile e il successo di pochi non diventa dominio politico sugli altri.
La critica alla politica di Trump riguarda anche la gestione delle alleanze. Chiedere agli europei maggiori responsabilità è giusto: l’Europa ha rinviato troppo a lungo decisioni necessarie sulla difesa, sull’innovazione e sulla propria capacità di agire. Ma un’alleanza durevole richiede fiducia e consultazione. Quando la pressione diventa umiliazione, compromette la disponibilità a collaborare.
Anche il dialogo con le autocrazie è necessario per prevenire conflitti e costruire accordi possibili. Mi preoccupa, però, un atteggiamento che sembri attribuire più valore alla libertà d’azione dei capi autoritari che al confronto fra alleati democratici. I limiti istituzionali rendono il potere contestabile e consentono di sostituire chi governa: sono una garanzia da difendere anche quando rallentano le decisioni.
Recuperare la promessa americana richiede risposte nuove agli squilibri contemporanei. In questo quadro colloco la mia riflessione su una società post liberale: una prospettiva che conservi diritti individuali, Stato di diritto e pluralismo e rafforzi il governo democratico delle concentrazioni economiche. Chi controlla infrastrutture, dati e piattaforme digitali può acquisire un’influenza sproporzionata sulla vita collettiva.
Le istituzioni devono affrontare queste concentrazioni di potere attraverso norme generali, concorrenza effettiva, trasparenza e controlli indipendenti. Anche il potere pubblico deve rispondere delle proprie decisioni e sottostare al diritto. La persona deve poter sviluppare le proprie capacità senza dipendere dall’arbitrio di un capo politico o dal dominio di un interesse privato.
Qui possono incontrarsi il liberalismo sociale, che riconosce come istruzione, salute e lavoro dignitoso rendano effettiva la libertà, e il socialismo democratico, che affronta le disuguaglianze rispettando dissenso e limiti al potere. Rosselli e Bobbio offrono riferimenti per pensare questa convergenza; Pertini ne rappresenta una testimonianza civile.
Vorrei che il sogno americano ritrovasse questa ampiezza e che l’Europa diventasse un interlocutore più coeso e responsabile. Il rinnovamento deve coinvolgere entrambe le sponde dell’Atlantico: maggiore capacità europea di agire, maggiore attenzione americana alla sicurezza sociale e all’autonomia della politica dal denaro. Un Occidente capace di correggersi potrebbe offrire un’alternativa credibile alle autocrazie attraverso la qualità delle istituzioni e una prosperità più diffusa.
Tengo agli Stati Uniti abbastanza da desiderare che ritrovino la loro promessa migliore, e all’Europa abbastanza da chiederle di essere all’altezza del suo futuro. Da questa duplice appartenenza nasce la mia critica: un auspicio di rinnovamento, perché l’Occidente torni a offrire fiducia attraverso le libertà che garantisce e le opportunità che rende possibili.





