A trent’anni, Joshua Wong ha già trascorso quasi sei anni dietro le sbarre. E ora la libertà si allontana ancora. L’attivista, diventato giovanissimo uno dei volti più riconoscibili del movimento democratico di Hong Kong, è stato condannato ad altri dieci anni di carcere per cospirazione e collusione con forze straniere, in applicazione della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020. Wong si era dichiarato colpevole a settembre.
Secondo l’accusa avrebbe cospirato nel 2020 con l’attivista in esilio Nathan Law e altre persone per sollecitare governi stranieri a imporre sanzioni, blocchi o altre misure contro Hong Kong e la Cina. Il giudice William Tam ha definito il reato di natura «grave». La nuova pena decorrerà in gran parte dopo quella che Wong sta già scontando per cospirazione e sovversione.
La sentenza assume un peso che va ben oltre il destino personale dell’attivista. Wong aveva appena 14 anni quando iniziò la sua militanza e raggiunse notorietà internazionale durante la «Rivoluzione degli ombrelli» del 2014. Negli anni successivi divenne una delle figure di riferimento dell’opposizione alla crescente influenza di Pechino sull’ex colonia britannica. La sua vicenda rappresenta così la trasformazione politica vissuta dalla città dopo le grandi proteste del 2019.
Wong era già stato condannato nel 2024 a quattro anni e otto mesi nel processo contro il gruppo di oppositori noto come «Hong Kong 47», la più vasta azione giudiziaria condotta in base alla legge sulla sicurezza nazionale. Durissima la reazione delle organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International considera la nuova condanna un’ulteriore dimostrazione dell’utilizzo della normativa per reprimere il dissenso e ha chiesto la revoca delle condanne inflitte all’attivista.
Il verdetto segna dunque un nuovo punto di non ritorno per la dissidenza di Hong Kong. L’adolescente che guidava le proteste studentesche è diventato adulto in carcere, mentre intorno a lui è cambiato radicalmente lo spazio concesso all’opposizione politica. Con altri dieci anni davanti a sé, la vicenda di Joshua Wong resta uno dei simboli più potenti della frattura tra la Hong Kong delle mobilitazioni democratiche e quella ridisegnata dalla stretta sulla sicurezza nazionale.





