Sono appena uscito dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma, e porto addosso il silenzio ed il dolore di quelle navate stracolme di cuori commossi. Stamattina si sono celebrati i funerali solenni dei quattro militari italiani morti il 29 ottobre nello schianto di un elicottero dell’Aviazione dell’Esercito, precipitato in Bosnia-Erzegovina durante una missione europea operativa.
I nomi: Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci, quattro nomi che fino a una settimana fa appartenevano alle loro famiglie, ai loro reparti, ai loro amici, e che da oggi apparterranno all’Italia. Erano quattro vite diverse. Due specialisti del volo e due appartenenti al Corpo militare volontario della Croce Rossa Italiana, che in divisa portano un simbolo nato per curare e non per combattere. Eppure un unico filo li univa: il senso di appartenenza al servizio e alla bandiera. Parole quasi fuori moda, che significano mettere la propria competenza e, quando serve, la propria vita a disposizione di ciò che va oltre. La Patria, si diceva una volta senza imbarazzo. Forse oggi non più. Peccato.
La dignità nel dolore
Ciò che più di ogni altra cosa mi ha scosso è stato il pianto delle mamme. Un pianto sobrio, composto, trattenuto quasi per pudore davanti a tanta solennità, e proprio per questo capace di spaccare il cuore. Da medico ho accompagnato molte famiglie nel momento della perdita, e so che il dolore vero raramente è rumoroso: si piega su sé stesso e cerca ancora con lo sguardo un volto che non tornerà. In quella dignità lacrimosa e silenziosa c’era tutta la grandezza di un Paese ferito.
Con tutte le Istituzioni già al loro posto, l’ingresso delle quattro bare, ciascuna avvolta nel nostro Tricolore. Lì poi la commozione non l’abbiamo più trattenuta, è diventata generale: lacrime vere, sui volti di militari temprati da anni di missioni come su quelli di noi semplici cittadini. La bandiera che avvolge una bara non è un rito vuoto: è il gesto con cui una comunità dice che quella vita era anche sua e che quella perdita riguarda tutti noi.
Lo Stato unito nel ricordo
In chiesa lo Stato era presente all’unisono: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i presidenti di Senato e Camera, ministri ed esponenti di maggioranza e opposizione, fianco a fianco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato che lo Stato era lì unito, senza divisioni. È il segno che esiste ancora un nucleo di valori condivisi che nessuna polemica riesce a scalfire. L’ordinario militare, monsignor Gian Franco Saba, nell’omelia ha definito i nostri quattro militari «seminatori di pace». Dimentichiamo spesso che le nostre Forze Armate, nei Balcani come in Libano, non sono lì per conquistare, ma per custodire equilibri fragili, perché popoli usciti da guerre feroci non ricadano nell’abisso.
Non sarà, purtroppo, l’ultimo funerale per i caduti al fronte del dovere. Chi sceglie di servire lo sa, e lo sanno le loro famiglie. Ma questi momenti ci ricordano che i nostri diritti, la libertà di parola, di culto, di voto, la sicurezza delle nostre strade e dei nostri confini non sono doni caduti dal cielo, ma il frutto di un impegno continuo, spesso invisibile, di persone che hanno scelto di mettere gli Altri prima di sé stesse. È questa la lezione che porto via da quella Basilica. Simone, Claudio, Franco Adriano e Laura ci hanno ricordato che il servizio è la forma più alta della cittadinanza di classe. A loro il nostro grazie.





