La Reserve Bank of Australia alza ancora il costo del denaro, portando il tasso di riferimento al 4,85%, il livello più alto degli ultimi 18 anni. È il quinto aumento dall’inizio dell’anno, ma questa volta dal vertice della banca centrale arriva anche un segnale di maggiore prudenza: la decisione è stata approvata con sei voti contro tre e nel comunicato è scomparso il riferimento esplicito alla possibilità di ulteriori rialzi.
Una svolta di tono immediatamente percepita dai mercati, che ora considerano più probabile una pausa nella prossima riunione. La governatrice Michele Bullock ha ammesso che non è ancora possibile stabilire quale sarà la prossima mossa, sottolineando come, dopo cinque interventi restrittivi, sia arrivato il momento di valutare gli effetti prodotti sull’economia.
L’inflazione continua tuttavia a preoccupare. Secondo le nuove previsioni della RBA, quella complessiva dovrebbe raggiungere il 4,5% nel quarto trimestre, per poi rientrare nella fascia obiettivo del 2-3% nella seconda metà del prossimo anno. A pesare sono anche i timori che gli elevati prezzi del petrolio possano alimentare ulteriori pressioni sui prezzi.
La cura monetaria sta però lasciando segni sempre più evidenti. Il mercato immobiliare attraversa una fase di forte debolezza, mentre la disoccupazione ha raggiunto il 4,7%, il livello più alto degli ultimi cinque anni, e secondo le stime potrebbe superare il 5% nei prossimi due anni. Famiglie e imprese devono inoltre fare i conti con finanziamenti più onerosi e una domanda meno dinamica.
Dall’inizio del 2026 la banca centrale ha aumentato i tassi complessivamente di 125 punti base, cancellando abbondantemente i tagli effettuati nel 2025. L’Australia si ritrova così tra le economie avanzate che hanno adottato una linea monetaria più severa. La sensazione degli analisti è che il picco dei tassi sia ormai vicino, se non già raggiunto. Molto dipenderà dai prossimi dati sull’inflazione: un nuovo rialzo dei prezzi potrebbe costringere la RBA a intervenire ancora, mentre un ulteriore indebolimento di occupazione, consumi e settore immobiliare renderebbe sempre più difficile giustificare una nuova stretta.





