Gli Stati Uniti tornano oggi alle urne per le midterm elections, le elezioni che si svolgono ogni quattro anni a metà del mandato presidenziale. Un appuntamento che non riguarda direttamente la Casa Bianca, ma che potrebbe cambiare profondamente gli equilibri politici di Washington e la capacità di Donald Trump di governare nei prossimi due anni.
Attualmente i Repubblicani controllano entrambe le camere del Congresso. I Democratici puntano a riconquistarne almeno una, trasformando il voto in un giudizio sull’operato dell’amministrazione.
Che cosa si vota
Il 3 novembre si rinnova integralmente la Camera dei Rappresentanti, composta da 435 deputati eletti ogni due anni, e circa un terzo del Senato, dove i 100 membri restano in carica sei anni. Quest’anno sono in palio 35 seggi senatoriali, compresi due assegnati attraverso elezioni suppletive.
Ma le consultazioni coinvolgono anche le istituzioni statali: in 36 Stati si elegge il governatore, mentre in 46 si rinnovano complessivamente 6.139 seggi delle assemblee legislative. Si vota inoltre per numerose cariche amministrative e su 146 quesiti referendari di rilevanza statale, riguardanti questioni fiscali, diritti civili e modifiche costituzionali.
Le elezioni americane rappresentano quindi una molteplicità di competizioni territoriali che si svolgono contemporaneamente.
Camera e Senato: quanti seggi servono ai Democratici?
La sfida più accessibile per i Democratici è quella della Camera, dove la maggioranza assoluta è fissata a 218 seggi. Alla vigilia del voto i Repubblicani ne occupano 218, i Democratici 214, mentre un deputato è indipendente e due seggi risultano vacanti.
Per conquistare la maggioranza, i Democratici devono dunque arrivare ad almeno 218 rappresentanti, guadagnando quattro seggi rispetto a quelli attualmente occupati, senza perderne altri.
Più complessa la situazione al Senato, dove i Repubblicani dispongono di 53 seggi contro i 45 democratici e i due indipendenti che collaborano con questi ultimi. Il rapporto politico è quindi di 53 a 47.
Per ribaltare la maggioranza, i Democratici devono ottenere un guadagno netto di quattro seggi, raggiungendo quota 51. Un pareggio a 50, infatti, lascerebbe ai Repubblicani il vantaggio del voto decisivo del vicepresidente JD Vance.
Tra gli Stati da osservare figurano Maine, Alaska, Iowa, Ohio, Texas e Carolina del Nord, mentre Georgia e Michigan rappresentano competizioni importanti per la difesa dei seggi democratici.
Cosa cambierebbe con una vittoria democratica?
Un’eventuale sconfitta repubblicana non comporterebbe la caduta di Trump. Negli Stati Uniti, infatti, il presidente non dipende dalla fiducia parlamentare e rimarrebbe in carica indipendentemente dall’esito delle elezioni.
Cambierebbe però la sua capacità di attuare il programma politico.
Conquistando la Camera, i Democratici potrebbero bloccare iniziative legislative, condizionare l’approvazione dei bilanci e avviare indagini parlamentari sull’amministrazione. Avrebbero anche il potere di promuovere procedure di impeachment, sebbene l’eventuale rimozione del presidente richieda una maggioranza di due terzi al Senato.
Se conquistassero anche il Senato, potrebbero inoltre ostacolare le nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici federali e della Corte Suprema.
Si aprirebbe così una fase di maggiore conflittualità istituzionale, nella quale Trump sarebbe costretto a negoziare con un Congresso politicamente ostile. Il presidente conserverebbe comunque il potere di veto sulle leggi.
Il peso dei collegi elettorali e il gerrymandering
Una particolarità del sistema americano è che ottenere più voti a livello nazionale non significa necessariamente conquistare più seggi alla Camera.
I 435 deputati vengono infatti eletti in altrettanti collegi territoriali uninominali, distribuiti fra gli Stati in proporzione alla popolazione. Nella grande maggioranza dei casi, ciascun collegio assegna il seggio al candidato più votato.
Conta quindi non soltanto quanti elettori sostengano un partito, ma anche dove siano concentrati.
È qui che entra in gioco il gerrymandering, la pratica di modificare i confini delle circoscrizioni elettorali per favorire una determinata forza politica.
Le tecniche principali sono due: il packing, che concentra gli elettori avversari in pochi collegi dove vinceranno con maggioranze schiaccianti, e il cracking, che li distribuisce fra diversi collegi impedendo loro di raggiungere la maggioranza.
Il risultato può essere paradossale: un partito che raccoglie il 45% dei voti potrebbe conquistare più della metà dei seggi, grazie a una distribuzione territoriale particolarmente favorevole.
Negli Stati Uniti la ridefinizione dei collegi, chiamata redistricting, avviene normalmente dopo il censimento decennale. In molti Stati è affidata ai parlamenti locali, mentre in altri intervengono commissioni indipendenti.
Il gerrymandering non è una prerogativa esclusiva dei Repubblicani: entrambi i principali partiti sono stati accusati di utilizzarlo per consolidare le proprie maggioranze.
La questione è particolarmente rilevante nel 2026, dopo le controversie sulla ridefinizione delle mappe elettorali in Stati come Texas e California.
Nel 2019, inoltre, la Corte Suprema ha stabilito che le contestazioni relative al gerrymandering puramente partitico non possono essere giudicate dai tribunali federali sulla base dei criteri costituzionali allora invocati. Restano comunque possibili interventi giudiziari fondati su altre norme federali o sulle legislazioni statali.
Perché contano anche le elezioni dei governatori
Il controllo delle istituzioni statali è strettamente collegato alla geografia elettorale. In numerosi Stati sono infatti i parlamenti locali, talvolta insieme ai governatori, a determinare i confini dei collegi.
Conquistare un governatorato o una maggioranza legislativa può quindi significare influenzare anche la futura composizione della Camera dei Rappresentanti.
Le elezioni statali incidono inoltre su materie fondamentali come sanità, istruzione, sicurezza, aborto e politiche ambientali, sulle quali i singoli Stati americani dispongono di ampie competenze.
Un voto decisivo per il futuro della presidenza Trump
Le elezioni di metà mandato rappresentano tradizionalmente un banco di prova per il presidente in carica. Storicamente, il partito della Casa Bianca tende a perdere seggi alla Camera, anche se non si tratta di una regola inevitabile.
Per Trump, mantenere il controllo del Congresso significherebbe poter proseguire la propria agenda politica con maggioranze parlamentari favorevoli. Una vittoria democratica, soprattutto in entrambe le camere, ridurrebbe invece sensibilmente i suoi margini di manovra.
Il voto del 3 novembre non deciderà chi guiderà gli Stati Uniti dopo Trump, ma contribuirà a definire gli equilibri politici in vista delle presidenziali del 2028.
E ricorderà soprattutto una peculiarità della democrazia americana: per conquistare la maggioranza non basta ottenere più voti, bisogna conquistarli nei collegi giusti.





