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4 novembre, armiamolo di diritti

La festa dell’Unità nazionale e delle Forze Armate merita più di una corona d’alloro. Nel nome di Marco Pannella, la memoria dei caduti può diventare impegno per la libertà di ciascuno
martedì, 3 Novembre 2026
2 minuti di lettura

Il 4 novembre 1918 tacquero i cannoni sul fronte italiano. L’armistizio firmato a Villa Giusti chiudeva una guerra che era costata al Paese circa seicentocinquantamila morti, un numero enorme di mutilati e una generazione di contadini strappata ai campi e gettata nel fango delle trincee del Carso e del Piave. Da quella data nasce la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate: il giorno in cui Trento e Trieste tornano all’Italia e il Risorgimento, almeno sulla carta geografica, si compie.

Per decenni il 4 novembre è stato giorno festivo. Nel 1977, per recuperare una giornata lavorativa, la celebrazione fu spostata alla prima domenica di novembre, e da allora a ogni anniversario si riaccende il dibattito sul suo ripristino. Il Parlamento ne discute da anni, con proposte trasversali. Ma la domanda vera non è se il 4 novembre debba tornare a essere un giorno di vacanza. È che cosa, oggi, quel giorno debba significare.

C’è il rischio che resti una liturgia stanca: la corona all’Altare della Patria, il passaggio delle Frecce Tricolori, qualche discorso ufficiale e poi l’oblio. Oppure, all’opposto, che venga piegata a una retorica bellicista in un tempo in cui le guerre sono tornate ai confini dell’Europa e i bilanci della difesa crescono ovunque. Esiste una terza via, ed è quella che propongo: armare il 4 novembre di diritti civili.

Il pensiero corre a Marco Pannella. Fu lui, insieme ai radicali, a fare dell’obiezione di coscienza una battaglia nazionale, con digiuni, disobbedienze e processi, finché nel 1972 la legge riconobbe ai giovani il diritto di rifiutare le armi e di servire il Paese in altro modo. Allora gli obiettori finivano nelle carceri militari; Pannella li considerava non traditori della patria, ma suoi custodi più esigenti. Era la sua idea di nonviolenza: non passività, ma lotta senza violenza, con il proprio corpo come unica arma.

Pannella non disprezzava i soldati. Disprezzava l’uso della patria come pretesto per comprimere la libertà della persona. Negli anni della campagna contro lo «sterminio per fame» nel mondo chiedeva che una quota delle spese militari fosse destinata a salvare vite nel Sud del pianeta: una provocazione, certo, ma con un’intuizione profonda. La sicurezza di una nazione non si misura soltanto in carri armati; si misura nella dignità che riconosce a ciascuno dei suoi cittadini e nella capacità di proteggere i più deboli.

Ricordare i caduti della Grande Guerra significa ricordare uomini giovanissimi, spesso analfabeti, mandati all’assalto senza poter scegliere, giudicati da tribunali militari sommari, talvolta fucilati per un gesto di paura. La memoria più onesta di quei soldati non è la celebrazione della vittoria, ma la promessa che nessuno, mai più, sarà privato della propria voce, del proprio giudizio, della propria coscienza. È esattamente la promessa scritta nella Costituzione repubblicana, che all’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di offesa e all’articolo 52 definisce la difesa della Patria «sacro dovere» del cittadino, non soltanto del soldato.

Da medico ho imparato che curare significa difendere una persona dalla sopraffazione: della malattia, del dolore, dell’abbandono. Le Forze Armate di oggi, nelle missioni di pace, nelle emergenze sanitarie, nei terremoti e nelle alluvioni, svolgono spesso proprio questo compito. È questa la loro parte più alta, quella che meriterebbe di essere festeggiata.

Armare il 4 novembre di diritti vuol dire allora affiancare alla memoria militare la memoria civile: gli obiettori che pagarono con il carcere, le donne che tennero in piedi il Paese mentre gli uomini erano al fronte, i reduci dimenticati. Vuol dire portare nelle scuole non solo la cronaca delle battaglie, ma il senso della scelta, del dissenso, della responsabilità individuale. Pannella amava ripetere che la nonviolenza è la forza dei deboli che si fanno forti. Sarebbe un bel modo di celebrare l’unità nazionale: un’Italia unita non nella paura di un nemico, ma nella difesa comune della libertà di ognuno. Una festa in cui il tricolore non sventoli soltanto sui sacrari, ma anche sui diritti conquistati e su quelli ancora da conquistare.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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