Il Green Party britannico è a un «bivio» e deve decidere se tornare alle proprie priorità ambientali o imboccare una strada politica più divisiva. A lanciare l’allarme è Adrian Ramsay, ex co-leader dei Verdi e oggi deputato, intervenuto dopo le polemiche provocate dalla mozione con cui gli iscritti hanno definito il sionismo una forma di razzismo.
Il documento, approvato il mese scorso dal Green Party di Inghilterra e Galles, descrive il sionismo come un’ideologia favorevole a «uno Stato ebraico etnonazionalista» e sostiene la creazione di un unico Stato palestinese democratico nell’intera Palestina storica, territorio che comprende anche l’attuale Israele. Una posizione che ha scatenato la reazione di gruppi ebraici e le critiche di diversi esponenti dello stesso partito.
Ramsay ha preso nettamente le distanze dalla mozione: non considera razzista il sionismo e ritiene che Israele abbia diritto a esistere. Al tempo stesso ha definito «spaventoso» quanto sta accadendo a Gaza. Secondo l’ex leader, la sfida per i Verdi è evitare una deriva troppo concentrata sugli scontri ideologici interni e recuperare la capacità di costruire consenso nella società britannica.
Nel mirino delle polemiche è finito anche il leader Zack Polanski, che non partecipò al voto sulla mozione e ha successivamente giudicato il testo «imperfetto», dichiarandosi favorevole a modificarlo. Ha tuttavia difeso la sostanza della denuncia riguardante il trattamento dei palestinesi. Israele, dal canto suo, ha ripetutamente respinto l’accusa di genocidio a Gaza.
La controversia ha ormai superato i confini del partito. La Equality and Human Rights Commission ha chiesto chiarimenti ai Verdi, mentre il Labour ha minacciato di interrompere gli accordi di condivisione del potere con loro nei consigli locali qualora i consiglieri non prendano le distanze dalla linea approvata.
Per Ramsay, però, la questione investe soprattutto il futuro politico del movimento. Senza il sostegno della maggioranza degli elettori, avverte, i Verdi difficilmente potranno realizzare quei cambiamenti ambientali che costituiscono la loro ragion d’essere. Il prossimo congresso di primavera potrebbe così trasformarsi nel primo vero banco di prova per capire quale delle due anime del partito prevarrà.





