Un dipendente di un’azienda che lavora per la difesa americana ha ammesso di aver partecipato a una frode che consentiva a informatici stranieri di ottenere impieghi da remoto negli Stati Uniti attraverso identità false. John Allen Kurrle Jr., 62 anni, residente a Gainesville, in Virginia, si è dichiarato colpevole di associazione finalizzata alla frode telematica.
Tra giugno e agosto 2025, l’uomo lavorava per un appaltatore del governo e disponeva di un’autorizzazione Top Secret con accesso a informazioni compartimentate. Secondo i documenti giudiziari, permise ad alcuni complici di utilizzare la sua identità e quella sottratta a una terza persona per candidarsi a posizioni informatiche presso società americane, comprese aziende legate al governo federale. Le domande produssero nove offerte di lavoro.
Il meccanismo sfruttava uno dei punti ciechi dell’occupazione a distanza. I computer inviati dalle aziende venivano consegnati all’abitazione di John Allen Kurrle Jr., che ne consentiva poi l’accesso remoto da Paesi stranieri. In questo modo, i lavoratori apparivano collegati dagli Stati Uniti e potevano superare almeno una parte dei controlli geografici.
La vicenda rientra in una più vasta strategia attribuita alla Corea del Nord. Secondo il Dipartimento di Giustizia, Pyongyang ha inviato migliaia di specialisti informatici alla ricerca di impieghi internazionali, con l’obiettivo di ottenere valuta ed eludere le sanzioni. I facilitatori residenti negli Stati Uniti ricevono e ospitano i dispositivi aziendali in cambio di un compenso. John Allen Kurrle Jr. non contesta che l’operazione possa aver favorito il regime nordcoreano, ma sostiene di non aver conosciuto quei legami durante il proprio coinvolgimento.
In un caso, una società si accorse durante una videochiamata che il candidato non corrispondeva per età e caratteristiche fisiche all’identità presentata, interrompendo il rapporto prima che iniziasse il lavoro su un progetto militare. La sentenza è prevista per il 28 gennaio 2027 e la pena massima può arrivare a vent’anni di carcere. Il caso mostra come una semplice postazione domestica possa diventare il paravento di un’operazione internazionale, trasformando il lavoro remoto in una porta d’ingresso verso aziende, reti e informazioni sensibili.





