Per anni lo sbiancamento dei coralli è stato considerato quasi una condanna. Quando le temperature marine salgono troppo, i coralli perdono le microalghe con cui vivono in simbiosi e che forniscono loro gran parte dell’energia necessaria. Privati di questi preziosi alleati, i reef diventano pallidi, si indeboliscono e spesso finiscono per morire.
Il problema è enorme. Le barriere coralline ospitano una parte significativa della biodiversità marina e svolgono un ruolo essenziale anche per l’uomo. Proteggono le coste dall’erosione, sostengono la pesca, favoriscono il turismo e contribuiscono persino alla ricerca di nuovi farmaci. Eppure le recenti ondate di calore oceaniche hanno colpito gran parte dei reef del pianeta, aggravando una crisi già in corso da decenni.
Ora però arriva una notizia incoraggiante da un gruppo di ricercatori della Stanford University. In uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, gli scienziati hanno scoperto che un corallo sbiancato può recuperare sorprendentemente in fretta se viene messo a contatto diretto con un esemplare sano della stessa specie. L’idea è nata quasi per caso in laboratorio, osservando il comportamento di alcuni campioni.
Per verificare il fenomeno, i ricercatori hanno creato dieci coppie di frammenti di corallo: in ogni coppia un esemplare era sano e l’altro sbiancato. In metà dei casi i due campioni venivano fatti toccare, mentre nelle altre prove restavano separati da pochi millimetri. La differenza si è rivelata decisiva. I coralli sbiancati a contatto con quelli sani hanno recuperato in appena otto settimane. Le microalghe benefiche sono passate da un organismo all’altro e hanno iniziato a moltiplicarsi rapidamente, restituendo colore e vitalità ai coralli danneggiati. Nei campioni separati, invece, il recupero non è avvenuto con la stessa efficacia.
La scoperta non risolve da sola il problema del riscaldamento globale, che resta la principale minaccia per le barriere coralline. Tuttavia offre una nuova speranza. Se il meccanismo potrà essere applicato su scala più ampia, potrebbe diventare uno strumento prezioso per accelerare il recupero di ecosistemi che oggi sembrano destinati a scomparire.





