In azienda e sui social “inspiring”, termine di tendenza, è diventato un aggettivo onnipresente. Leader “inspiring”, discorsi “inspiring”, storie “inspiring”.
L’inglese ci consegna oggi una parola comoda, che sta bene in un profilo professionale e di effetto moderno di chi promette molto, ma il verbo viene da lontano, dal latino inspirare, soffiare dentro, infondere respiro. Ispirare è dare fiato, oggi meglio, dare spazio a un altro. Chi ispira non spinge e non comanda: mette in moto qualcosa che già esiste nell’altro.
Qui nasce il primo equivoco. Oggi si confonde l’essere ispirante con l’apparire tale. Il mercato della motivazione offre frasi pronte, biografie levigate, successi raccontati in sessanta secondi. Uno si vende per quello che non è. Funziona per un attimo, come una scarica di zucchero, poi lascia il vuoto. L’ispirazione autentica è un’altra cosa: appartiene a chi è intento a fare bene il proprio lavoro. Passa per quattro tratti: coerenza, fallibilità dichiarata, generosità e ascolto. Nella mia professione l’ho visto con chiarezza. Ho avuto la fortuna di formarmi con un grande Maestro, il Professor Francesco Pagano, che ripeteva sempre: la nostra Scuola di Urologia cerca prima l’Uomo e poi il professionista. Rispetto per l’ammalato in primis e poi per tutti coloro che lo curano: infermieri, OSS, tecnici, medici, tanti altri.
Non faceva discorsi sull’etica, la praticava. Resta nella memoria di tutti noi allievi un episodio quando difese scientificamente noi medici davanti ad un altro importante cattedratico con una frase indimenticabile: «Guai a chi morde i miei cuccioli».
Il maestro è questo: chi si pone tra il proprio allievo e l’ingiustizia. L’ispirazione passava per il suo esempio silenzioso, con poche parole. Da qui il primo tratto di chi ispira: la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa. I giovani hanno un radar infallibile per la distanza fra predica e pratica.
Un capo che parla di sacrificio e vive di privilegi, un docente che invoca l’etica e piega le regole, un politico che esalta il merito e premia l’appartenenza possono essere brillanti ma non ispiranti. Il secondo tratto è la fallibilità dichiarata. Si crede che ispiri chi appare perfetto; in realtà ispira chi dimostra che la strada è percorribile, e per dimostrarlo deve mostrare anche le cadute.
Un esempio irraggiungibile scoraggia, un esempio di chi è caduto e poi si rialza incoraggia. Il paziente che ha attraversato una malattia grave e racconta con semplicità quanto gli è costato ispira più di mille manuali di self-help. Il terzo è la generosità. Ispira chi lascia spazio, non chi lo occupa. Il vero maestro misura il proprio valore dai talenti che lascia dietro di sé.
Nella chirurgia come nell’università, nelle redazioni come nelle aziende, la differenza tra un capo e un maestro sta tutta qui: il primo chiede di essere seguito, il secondo prepara chi saprà andare oltre.
C’è infine un quarto tratto, il più trascurato: l’ascolto. Chi ispira non monologa. Nel colloquio con un paziente spaventato, come in una riunione di reparto, conta ciò che si lascia dire all’altro. L’ispirazione nasce sempre da un incontro, mai da un palcoscenico. In un tempo che premia la visibilità, l’ispirazione più vera è spesso invisibile. È l’insegnante di provincia che accende una vocazione, l’infermiera del turno di notte che trova la parola giusta, il genitore che tiene dritta la barra senza dirlo a nessuno. Non hanno follower: hanno effetti. La loro influenza si misura dopo decenni, nelle vite di chi li ha incontrati.
Essere “inspiring”, dunque, non è una competenza da acquisire con un corso né un marchio da esibire. È la conseguenza di un lavoro fatto con cura, di una parola mantenuta, di un’attenzione rivolta all’altro più che a se stessi. Forse la domanda giusta non è «come posso ispirare?», ma «di chi voglio essere degno?». Chi si pone la seconda finirà, senza accorgersene, per rispondere alla prima. Perché il respiro e lo spazio che doniamo agli altri è, alla fine, quello che abbiamo saputo tenere vivo in noi. È il soffio che ho ricevuto da un maestro, il Professor Pagano, e che ogni giorno provo, come posso, a restituire.





