L’80° anniversario dell’Accordo De Gasperi-Gruber si è celebrato con la consueta diplomazia della convivenza virtuosa. Mattarella e Van der Bellen, il Kurhaus, i discorsi sul modello europeo. Tutto impeccabile. Tutto, tranne quello che si è svolto ai margini del protocollo e che il protocollo non può nascondere.
Gli Schützen in uniforme tirolese che accolgono il presidente austriaco sul suolo della Repubblica italiana. Nonostante il rispetto del bilinguismo nei momenti istituzionali, è stata la lingua tedesca a fare da cornice dominante alla narrazione dell’evento. Un capo di Stato straniero ricevuto come se fosse, in qualche misura, il referente naturale di una comunità che abita dentro i confini di un altro Stato. Non è protocollo. È politica. E la politica si legge nei simboli prima ancora che nei trattati.
Chi crede che i popoli siano un fattore rilevante – non decorativo, non folkloristico, ma strutturalmente rilevante – nella costruzione delle nazioni, non può permettersi di liquidare questa scena come un dettaglio culturale. I popoli costruiscono identità, le identità producono lealtà, le lealtà definiscono a chi appartiene davvero un territorio. Non sulla carta. Nella percezione collettiva che, nel lungo periodo, è più potente di qualsiasi trattato.
Sovranità e identità
L’autonomia speciale della Provincia di Bolzano è una garanzia costituzionale, e tale deve rimanere. Non è questo il punto. Il punto è che l’autonomia nasce per tutelare una minoranza all’interno di uno Stato, non per costruire le condizioni simboliche di una doppia sovranità. Quando la rappresentazione pubblica di un territorio sistematicamente privilegia un’identità etnolinguistica che guarda oltre confine, la sovranità giuridica resta formalmente intatta ma viene svuotata nella sua dimensione più profonda: quella del riconoscimento collettivo.
I simboli non mentono. Dicono chi comanda la narrazione, chi è ospite e chi è padrone di casa, a quale geografia emotiva appartiene un territorio. Quel giorno, a Merano, la narrazione non era italiana. E il rappresentante dello Stato italiano era seduto in prima fila ad applaudire. Forse si è trovato costretto dal protocollo, ma che il Quirinale non sapesse è impossibile.
Non è una critica all’Austria. Van der Bellen ha fatto quello che fanno i capi di Stato: ha accettato l’accoglienza che gli veniva offerta, ma per chiarezza se l’Austria – eccedendo il ruolo che le deriva dagli accordi di Parigi e che riguardano solo l’applicazione degli stessi o modifiche unilaterali da parte Italiana – intendesse farsi patrona degli Schützen e della loro narrativa identitaria, ha un Tirolo tutto suo dove farlo. Il territorio della Repubblica italiana è sacro e non è uno spazio neutro nel quale chiunque può proiettare appartenenze alternative senza che nessuno abbia nulla da dire. Gli Schützen sono oggi portatori di una tradizione che va preservata, ma non dovrebbero mai scordare il passato recente, quando le loro istanze si trasformarono in secessionismo armato. Perché Roma non ha dimenticato. Oggi attaccano la loro Sindaca per aver ricevuto Il Presidente della Repubblica con la fascia tricolore e questo va ben oltre la custodia di una tradizione.
Geopolitica e storia
Ma anche la Storia di Italia non ha dimenticato, pensiamo solo a Dante:
“Suso in Italia bella giace un laco,
A piè de l’Alpe che serra Lamagna
Sovra Tiralli, c’ha nome Benaco»”
La cui perifrasi potrebbe essere: In alto, nella bella Italia, si trova un lago ai piedi delle Alpi che chiudono la Germania (la Lamagna), al di sopra del Tirolo (Tiralli), e questo lago si chiama Benaco (l’odierno Lago di Garda). Dante parla delle terre che costituiscono l’Alto Adige.
La geopolitica non è sentimentale. Sa che le frontiere non cadono solo con le armi: cadono quando smettono di essere presidiate culturalmente, quando lo Stato rinuncia a costruire e difendere una narrazione condivisa del territorio che amministra. L’identità etnica, quando non viene bilanciata da una cittadinanza comune robusta, non è un fattore di coesione: è un cuneo.
Il modello altoatesino può davvero essere un esempio europeo. Ma lo è solo se resta fondato sulla tutela della pluralità dentro uno Stato sovrano, non sulla legittimazione di una comunità culturale transnazionale che si riconosce in un’altra nazione. La differenza non è sottile. È la differenza tra autonomia e separazione strisciante.
Nessuno lo ha detto a Merano. Questo è il problema e forse è proprio per questo silenzio che AfD si è sentita autorizzata a produrre mappe dove l’Alto Adige è tedesco. Questa volta almeno il Ministro Tajani ha fatto sentire la voce delle istituzioni.
Tutti sanno che sia l’Austria che la Germania sono profondamente diverse oggi e il contesto internazionale è profondamente mutato, ma la storia ha il vizio di riemergere quando meno te l’aspetti e allora mettere i paletti non è un esercizio di nazionalismo deteriore, ma la condotta di uno Stato serio.
Il punto è semplice e non negoziabile: dentro i confini della Repubblica, la sovranità è italiana. Tutto il resto è autonomia, non appartenenza extraterritoriale.





