Quattro Eurofighter tedeschi hanno sorvegliato il cielo sopra Riga mentre i lettoni votavano. Non era una scenografia: era la Nato che proteggeva un Paese in prima linea. Il 3 ottobre la Lettonia ha scelto il Parlamento con i caccia alle spalle e la guerra davanti agli occhi. La United List del premier Andris Kulbergs ha vinto con il 35,3 per cento e 41 seggi su 100, il miglior risultato di una forza politica lettone dal 1991. Ma pesa anche l’affluenza: 51,8 per cento, la più bassa della storia parlamentare. La Lettonia confina con Russia e Bielorussia, è membro di Nato e Unione europea e ha una consistente popolazione russofona. Il voto è stato un’elezione nazionale e un test europeo: quale rapporto una democrazia di frontiera vuole avere con la guerra, Mosca, Kiev e la Nato.
La sicurezza non è più una parola astratta
La Nato ha rafforzato la protezione dello spazio aereo lettone: la Germania ha inviato quattro Eurofighter a Lielvārde, mentre Italia e Turchia hanno contribuito alla sorveglianza. La decisione era stata presa dopo incidenti con droni sul fianco orientale dell’Alleanza. La Lettonia non è in guerra, ma la minaccia ha cambiato le priorità dello Stato. Lo dimostra anche la frontiera con la Bielorussia. Nei giorni scorsi uomini armati e mascherati hanno tentato di spingere verso il territorio lettone circa 20 migranti, minacciando i militari. Poche ore dopo altri uomini mascherati sono entrati in territorio lettone, hanno danneggiato un quadro elettrico e sottratto telecamere di sorveglianza, per poi rientrare in Bielorussia. Le autorità hanno definito l’episodio una provocazione e una minaccia ibrida. È la sicurezza che non passa dai missili: droni, sabotaggi, pressione migratoria e incidenti di frontiera.
Il consenso alla prova della politica
La vittoria della United List conferma l’orientamento filo-ucraino e atlantico del governo uscente, ma il nuovo Parlamento racconta una società più articolata. Accanto ai 41 seggi della United List, Latvia First ne ha ottenuti 17, Sovereign Power 15, Alleanza nazionale 10, Progressisti 10 e Nuova Unità 7. La sicurezza dovrà confrontarsi con economia, costo della vita e spesa pubblica. Kulbergs ha indicato fra le priorità la riduzione della burocrazia e il miglioramento della governance, ma anche il mantenimento della spesa per la difesa al 5 per cento del Pil. Ha sostenuto che i legami economici con la Russia rappresentino una vulnerabilità che Mosca potrebbe sfruttare. È questo il punto: la sicurezza può essere una priorità per un Paese sul fianco orientale della Nato, ma non può cancellare le altre domande della società.
La questione russa senza semplificazioni
Sarebbe sbagliato ridurre il quadro a una contrapposizione tra «filorussi» e «filoucraini». Nel 2022 il russo era utilizzato in casa dal 34,6 per cento della popolazione adulta, ma la comunità russofona è politicamente divisa e comprende anche cittadini che sostengono l’Ucraina. Le forze più critiche verso l’attuale politica di sicurezza hanno aumentato la propria presenza parlamentare. Il voto non ha cancellato il confronto interno: lo ha trasferito nella nuova legislatura. Per l’Europa significa osservare come una democrazia di frontiera cerca di mantenere il consenso su una politica di sicurezza dai costi crescenti.
Da Riga alla guerra che continua
Il significato del voto si comprende anche alla luce di ciò che accade in Ucraina. Giovedì 8 ottobre un attacco russo ha colpito due autobus a Kramatorsk, nel Donetsk, causando almeno 33 morti e 18 feriti secondo le autorità locali. Dopo l’attacco è stata disposta la sospensione del trasporto pubblico nella città e nella vicina Sloviansk. Kramatorsk non è Riga. Ma la distanza geografica non basta più a separare le due realtà. La guerra produce droni, allarmi aerei, rafforzamento delle difese, spese militari e nuove responsabilità per gli alleati. E giovedì il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito la guerra una «pericolosa situazione di stallo», avvertendo che un’ulteriore escalation potrebbe trasformarsi in una campagna di sabotaggio nei Paesi confinanti membri della Nato e allargare il conflitto a livello regionale. Washington ha ribadito la necessità di una soluzione negoziata.
La domanda che riguarda tutta l’Europa
La Lettonia non ha votato tra guerra e pace, né tra democrazia e neutralità. Ha votato dentro un sistema di alleanze già definito e ha confermato una precisa collocazione europea e atlantica. Ora quella scelta dovrà essere tradotta in un programma di governo e sostenuta da una maggioranza. La domanda che emerge da Riga riguarda tutta l’Europa: quanto a lungo le democrazie saranno chiamate a sostenere una politica di sicurezza più impegnativa, con maggiori investimenti nella difesa e con il conflitto ucraino ancora senza una soluzione? Non è una domanda soltanto militare. È economica, sociale e politica. Riguarda la capacità dei governi di spiegare ai cittadini perché determinate scelte siano necessarie, quali costi comportino e quale prospettiva di pace intendano costruire. Per l’Italia la questione non è astratta. Roma è parte della Nato e ha contribuito alla sorveglianza dello spazio aereo lettone durante il voto. La sicurezza dei Baltici è anche una questione italiana: la protezione dell’Europa non può essere delegata soltanto ai Paesi che confinano con la Russia. È questo il messaggio di Riga: quando la guerra arriva ai confini dell’Europa, la sicurezza smette di essere soltanto una questione militare e diventa anche una questione democratica.





