La giornalista statunitense Shelly Kittleson è stata rilasciata dopo una settimana di prigionia in Iraq, dove era stata rapita a Baghdad il 31 marzo da miliziani di Kataib Hezbollah, gruppo armato filo-iraniano. La notizia è stata confermata dalle autorità irachene e dal segretario di Stato americano Marco Rubio, che ha espresso sollievo per la liberazione e gratitudine verso le forze di sicurezza locali.
Secondo fonti irachene, la liberazione sarebbe avvenuta in cambio della scarcerazione di alcuni membri della milizia detenuti dalle autorità di Baghdad. Kataib Hezbollah ha dichiarato di aver deciso il rilascio “in segno di apprezzamento per le posizioni patriottiche del primo ministro uscente Mohammed Shia al-Sudani”, precisando che la giornalista dovrà lasciare il Paese immediatamente.
Kittleson, 49 anni, freelance con base a Roma e lunga esperienza di reportage in Medio Oriente, era stata avvertita da funzionari statunitensi di minacce dirette contro di lei, ma aveva scelto di restare per seguire da vicino la situazione sul campo. Durante la prigionia, la milizia aveva diffuso un breve video in cui la reporter appariva in buone condizioni, ma visibilmente sotto pressione.
La vicenda ha riacceso il dibattito sulla sicurezza dei giornalisti in aree di conflitto, dove le tensioni tra milizie filo-iraniane e forze occidentali si sono intensificate dopo gli ultimi attacchi contro obiettivi statunitensi. Organizzazioni come il Committee to Protect Journalists hanno definito il rapimento “un grave segnale del deterioramento delle condizioni di libertà di stampa in Iraq”.
Kittleson è ora assistita da funzionari americani per il suo rientro in Europa. La sua liberazione, pur accolta con sollievo, evidenzia quanto fragile resti la protezione dei reporter indipendenti in una regione attraversata da rivalità geopolitiche e da un clima di crescente ostilità verso la stampa internazionale.





