L’Africa guarda con crescente determinazione alla possibilità di costruire un proprio “Stretto di Hormuz”, un’infrastruttura strategica capace di ridurre la dipendenza dai colli di bottiglia che oggi condizionano il commercio mondiale.
L’idea, sostenuta da diversi governi africani e da investitori internazionali, nasce in un contesto in cui le tensioni nello Stretto di Hormuz continuano a mettere sotto pressione i mercati energetici globali, con il 20% del petrolio mondiale e il 19% del GNL che transitano da quel passaggio sempre più vulnerabile . In questo scenario, il progetto da 20 miliardi di euro del corridoio sottomarino Spagna‑Marocco sta guadagnando slancio.
L’infrastruttura, pensata per collegare stabilmente Europa e Africa attraverso lo Stretto di Gibilterra, è vista come un’alternativa concreta alle rotte mediorientali, soprattutto in caso di blocchi o restrizioni.
La crescente instabilità nel Golfo ha infatti riacceso l’interesse per vie commerciali più sicure e diversificate, capaci di garantire continuità agli scambi energetici e alle catene di approvvigionamento.
Il progetto africano di un nuovo “Hormuz” si inserisce in questa logica: creare un hub marittimo e logistico che possa diventare un punto di transito essenziale per petrolio, gas e merci, riducendo l’esposizione ai rischi geopolitici del Medio Oriente. L’ambizione è chiara: trasformare il continente in un attore centrale delle rotte globali, non più semplice destinatario ma snodo strategico.
La spinta arriva anche dal fatto che gli stretti del pianeta — da Hormuz a Malacca, fino ai Dardanelli — sono sempre più percepiti come potenziali fattori di crisi, capaci di “tenere in ostaggio” il commercio mondiale in caso di conflitto o tensioni diplomatiche . Per l’Africa, investire in un proprio corridoio significa anticipare questi rischi e posizionarsi come alternativa credibile.





