Negli ultimi anni si sente o si legge sempre più spesso di casi di cronaca in cui professori delle scuole superiori vengono presi di mira in maniera violenta, verbale o fisica, da studenti. I casi più gravi sono isolati, ma il loro impatto mediatico contribuisce a costruire l’idea che i giovani siano gli unici responsabili, sempre più irrispettosi verso l’autorità scolastica. Ma sarà davvero così?
In realtà la situazione è più complessa, perché i soggetti che concorrono alla formazione dei ragazzi sono molteplici e spesso non dialoganti. Oggi viviamo in un’epoca in cui l’educazione e il rispetto sembrano progressivamente e globalmente indebolirsi. “Penso che l’emergere di alcuni fenomeni dipinti dai casi di cronaca”, commenta la professoressa Ilaria Pantusa, “abbia più a che fare col tipo di società che tutte e tutti costruiamo quotidianamente. C’è un concetto che amo molto, quello di ‘comunità educante’. Lo amo perché sottolinea la responsabilità che ogni individuo ha nel curare l’educazione, la formazione e la crescita di bambini e adolescenti. Molto probabilmente alcuni genitori pensano di potersela prendere con la scuola, perché non conoscono o hanno perso di vista il fatto che dell’educazione e della cultura dei figli siamo responsabili tutti quanti, anche nel momento in cui siamo in auto o andiamo a buttare la spazzatura. Penso, per esempio, a chi guida col telefono in mano o abbandona i rifiuti per strada. Ragazze e ragazzi guardano, assorbono, imitano e se loro sbagliano di chi è davvero la colpa?”.
Non bisogna dimenticare, poi, che la differenza con il passato, soprattutto per quanto riguarda il modello dell’autorità all’interno del contesto scolastico, è enorme. “In precedenza, l’autorità scolastica era costruita su un modello che in psicologia chiamiamo verticale”, spiega la psicologa Flavia Capoano, “c’era l’insegnante che rappresentava una figura di riferimento, che non poteva essere assolutamente contestata e il rispetto, quindi, era molto legato anche alla paura di quella che era la punizione o il giudizio. Inoltre, tra genitore e professore c’era sempre un modello verticale, il docente era una figura superiore anche rispetto ai genitori”.
Al contrario quello che si vede oggi è un cambio di rotta, che dipende molto dall’evoluzione del modello educativo famigliare che gli adolescenti ricevono. “Oggi i ragazzi crescono in contesti familiari – continua la psicologa – dove da una parte c’è dialogo, si è più aperti alla discussione. Quindi, sono abituati a esprimere la propria opinione e a confrontarsi, anche con adulti di riferimento. E questo ovviamente cambia il modo in cui poi loro si relazionano con la scuola. Il rispetto non è più automatico solo perché abbiamo il professore che occupa un determinato ruolo, ma diventa più orizzontale, cioè passa attraverso quella che può essere la relazione, la coerenza e anche il riconoscimento reciproco”.
La psicologa non manca, poi di osservare che sia sempre più comune la visione da parte dei genitori del bambino già come un adulto, “quando in realtà rimane sempre un bambino o un ragazzo e così, se io non metto dei confini e non spiego che questi confini devono essere rispettati, la parte del dialogo, della comprensione, viene confusa con l’assenza di una guida. Il bambino viene trattato come un adulto, quando in realtà avrebbe bisogno di qualcuno che sappia ascoltare, ma anche orientare”.
Occorre, comunque, riconoscere che attualmente molti genitori si trovano oggettivamente in una situazione difficile, perché, pur volendo essere presenti nella vita dei figli, sono soggetti a ritmi di vita intensi, soprattutto dal punto di vista lavorativo. “Bisogna sempre tener conto di tanti fattori che si intrecciano tra di loro, i cambiamenti del periodo, quelli familiari, culturali, sociali, scolastici e no. Sono mutate tante cose negli ultimi anni, penso per esempio alla classica famiglia tradizionale. I tempi di lavoro di mamma e papà sono molto diversi, la mamma non sta più solo a casa, lavora e, quindi, magari non viene dedicato del tempo in modo adeguato ai propri figli”. Il rischio, però, è che gli adulti, in forma compensatoria, siano portati a una maggiore permissività.
In un’epoca così orientata al conflitto ritrovare un più profondo rispetto dell’adulto e dell’autorità, sarebbe auspicabile soprattutto nell’interesse dei giovani, che altrimenti, senza punti fermi e alcuni binari entro i quali muoversi, rischiano sempre più il disorientamento. “Bisogna recuperare l’idea di autorità – dice Capoano -, che però non vuole dire autoritarismo. Ciò vuol dire che non ti sto imponendo qualcosa con la forza e che solo io ho ragione, ma ti sto spiegando che io ho un ruolo superiore, che deve essere rispettato. Al contempo ti offro una guida, sono coerente con quello che dico, sono un adulto responsabile. Il ragazzo ha bisogno di qualcuno capace di mantenere una posizione stabile. È proprio questa combinazione, che permette loro di sviluppare autonomia, un senso di responsabilità maggiore e anche una miglior capacità di stare all’interno di una relazione”. Anche per la professoressa Pantusa il rispetto è necessario purché bidirezionale: “Credo che alla base debba esserci l’idea che il rispetto sia qualcosa di dovuto in un luogo come la scuola, ma penso anche che debba essere qualcosa di reciproco, che vada costruito progressivamente nella relazione educativa, insieme a ragazze e ragazzi”.
Quello che soprattutto serve è che la famiglia e la scuola siano collaboranti. “Se io, ragazzo o ragazza, vedo che c’è coerenza tra i vari adulti di riferimento che sono intorno a me – dichiara la dottoressa Capoano -, mi viene anche più facile riconoscere e rispettare l’autorità”. Dello stesso avviso è anche la docente Pantusa: “Mi metto in ascolto, sono me stessa, metto dei confini e li faccio rispettare, cerco il dialogo con le famiglie non appena percepisco un accenno di criticità, osservo con attenzione ogni singolo studente e studentessa e parlo con loro. Non so se questo possa bastare a risolvere la situazione, l’importante è essere capaci, da docenti, di mettersi in discussione, ma anche di agire con fermezza quando la situazione lo richiede, mai da soli, cercando la collaborazione di colleghe e colleghi”.
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