Le sanzioni occidentali contro la Russia erano state concepite come uno strumento di pressione senza precedenti: colpire il cuore finanziario, energetico e tecnologico del Cremlino per ridurne la capacità di sostenere l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. A quattro anni dall’inizio della guerra, mentre Kyiv, Kharkiv, Dnipro, Zaporizhzhia e Odesa continuano a fare i conti con bombardamenti e attacchi missilistici, il dibattito si è però spostato su un terreno scivoloso: le sanzioni hanno funzionato oppure no?
La proposta avanzata da Mosca di un maxi-partenariato economico con gli Stati Uniti da 12.000 miliardi di dollari — il cosiddetto “pacchetto Dmitriev” — non è soltanto un’iniziativa commerciale. È un’operazione politica che mira a intercettare la fase più dialogante dell’Amministrazione Trump e, al tempo stesso, ad approfondire e sfruttare le divisioni già presenti sul fronte euro-atlantico.
Dopo l’invasione su vasta scala, Stati Uniti, Unione europea e alleati avevano annunciato il più ampio pacchetto di sanzioni mai imposto contro Mosca. Congelamento di riserve valutarie, esclusione di banche dal sistema finanziario internazionale, limiti all’export tecnologico, tetto al prezzo del petrolio: un impianto imponente, che nei primi mesi aveva prodotto effetti tangibili. Il rublo in caduta, l’inflazione in crescita, la fuga di capitali e il disorientamento delle imprese russe avevano dato l’impressione che la pressione potesse rivelarsi decisiva. Con il tempo, tuttavia, l’efficacia si è rivelata meno lineare del previsto. Ma la ragione non sta in una presunta inefficacia strutturale dello strumento sanzionatorio; risiede piuttosto nelle ambiguità e nelle cautele con cui è stato applicato.
I numeri aiutano a comprendere la portata del problema. Sebbene 1.904 aziende straniere si siano ritirate o abbiano ridotto la propria presenza in Russia, 2.373 risultano ancora attive. Non si tratta di una presenza simbolica. Le imprese rimaste hanno generato nel 2024 circa 20 miliardi di dollari di entrate fiscali per il bilancio russo, una cifra sufficiente a coprire gli stipendi annuali di circa un milione di soldati. È un dato che da solo racconta più di molte analisi geopolitiche: la pressione economica è stata significativa, ma non totale. E finché non è totale, lascia margini che il Cremlino può sfruttare.
In questo senso, l’economia bellica russa non si regge su una presunta autosufficienza o su un improvviso slancio innovativo interno. Si regge anche sulle esitazioni occidentali, sulle deroghe concesse per timore di contraccolpi interni, sulla difficoltà di conciliare principi politici e interessi economici. Le sanzioni hanno colpito, ma sono state accompagnate da eccezioni, periodi transitori, canali residuali che hanno attenuato l’impatto complessivo. Non è una questione di fallimento dello strumento, bensì di volontà politica di applicarlo senza zone grigie.
Il settore energetico resta emblematico. Il tetto al prezzo del greggio russo era stato concepito per ridurre le entrate del Cremlino evitando shock sui mercati globali. In pratica, una parte consistente del petrolio ha continuato a fluire attraverso flotte ombra, triangolazioni commerciali e meccanismi elusivi. Il principio era corretto; l’enforcement si è rivelato lacunoso.
Lo stesso vale per i controlli sull’export di tecnologie sensibili, che hanno limitato l’accesso russo a componenti avanzati ma non sono riusciti a impedire completamente il passaggio attraverso Paesi terzi.
Anche sul piano finanziario le restrizioni hanno limitato l’accesso della Russia ai mercati internazionali, ma la permanenza di canali operativi e la sopravvivenza di istituti occidentali attivi nel Paese hanno mantenuto aperti spazi di manovra. In sintesi, le sanzioni hanno ridotto le opzioni strategiche del Cremlino, ma non le hanno azzerate. Non per inefficacia strutturale dello strumento, bensì per un’applicazione selettiva, spesso condizionata da interessi economici divergenti e da timori per le ricadute interne.
È proprio su queste contraddizioni che si inserisce il “pacchetto Dmitriev”. Offrire joint venture nel settore energetico, cooperazione sulle terre rare, contratti aeronautici e intese in dollari significa trasformare le ambiguità di fatto in un riavvicinamento dichiarato. Mosca intravede nella postura più aperta dell’Amministrazione Trump un’occasione per rilegittimare rapporti economici di ampia scala e, soprattutto, per dividere gli alleati. Se Washington mostrasse disponibilità a esplorare un’intesa economica strutturata, l’unità costruita tra le due sponde dell’Atlantico dopo il 2022 verrebbe messa alla prova.
La cifra di 12.000 miliardi di dollari è, in questo senso, un messaggio politico prima ancora che economico. Indica la disponibilità russa a offrire accesso privilegiato a risorse strategiche in cambio di un allentamento della pressione. Ma non va dimenticato che l’economia russa continua a essere segnata da squilibri profondi: crescita trainata dalla spesa militare, carenza di tecnologia avanzata, crescente dipendenza da un numero ristretto di partner. Le sanzioni hanno ristretto le opzioni del Cremlino. Non hanno prodotto un collasso, ma hanno imposto costi elevati.
Il nodo, dunque, non è archiviare lo strumento sanzionatorio, bensì rafforzarlo. Chiudere le scappatoie sul petrolio, introdurre sanzioni secondarie efficaci contro chi facilita l’elusione, ridurre drasticamente le deroghe e i canali residuali che alimentano il bilancio russo. E, parallelamente, preservare la coesione transatlantica, evitando che aperture unilaterali trasformino le ambiguità in fratture politiche.
Il “pacchetto Dmitriev” è dunque una trappola diplomatica costruita con strumenti economici. Non si presenta come una concessione, ma come un’opportunità; non come una richiesta esplicita di allentamento delle sanzioni, ma come un nuovo inizio apparentemente vantaggioso per entrambe le parti. In realtà è un banco di prova per la tenuta dell’Occidente. Mosca verifica se, di fronte alla prospettiva di affari e normalizzazione, la linea di fermezza reggerà o se prevarranno le tentazioni di un riavvicinamento bilaterale.
La speranza, per chi ritiene che l’unità euro-atlantica sia stata finora uno dei pochi argini efficaci all’aggressione russa, è che l’Amministrazione Trump non cada in questa dinamica e non trasformi un’esca strategica in una svolta politica. Perché più dei 12.000 miliardi evocati, ciò che è realmente in gioco è la credibilità dell’Occidente e la sua capacità di non farsi dividere proprio nel momento in cui la pressione deve restare coerente e compatta.



