Si è da poco conclusa a Ginevra la terza sessione tecnica e amministrativa INC-5.3 dell’Intergovernmental Negotiating Committee, il comitato istituito nel 2022 dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) con il compito di elaborare il primo trattato globale giuridicamente vincolante contro l’inquinamento da plastica. L’obiettivo dichiarato è intervenire sull’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione al design fino alla gestione dei rifiuti, per affrontare una crisi ambientale che non è più rinviabile.
Un negoziato ancora in stallo
Anche questa sessione, però, si è conclusa senza la tanto attesa “fumata bianca”. I negoziati hanno registrato alcuni progressi tecnici su meccanismi di monitoraggio, responsabilità estesa del produttore e tracciabilità delle sostanze chimiche presenti nei polimeri, ma sul nodo centrale, la riduzione della produzione globale di plastica, le divisioni restano profonde.
Da un lato, la High Ambition Coalition, che riunisce oltre 60 Paesi, chiede limiti vincolanti alla produzione di plastica vergine e l’eliminazione graduale delle sostanze più pericolose. Dall’altro, alcuni grandi produttori di petrolio e materie plastiche, come Arabia Saudita, Russia e Iran, continuano a opporsi a tetti produttivi globali, preferendo concentrarsi su riciclo e gestione dei rifiuti.
Il risultato è un nuovo rinvio. I Governi dovranno riunirsi ancora nel 2026 per la sessione INC-5.4, nel tentativo di superare uno stallo, che rischia di compromettere l’intero processo negoziale. Già la precedente riunione, l’INC-5.2 dell’agosto 2025, sempre a Ginevra, si era chiusa senza un testo condiviso, nonostante la partecipazione di oltre 170 delegazioni.
Una produzione fuori controllo
La distanza tra diplomazia e realtà ambientale appare sempre più evidente. Ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 460 milioni di tonnellate di plastica, una quantità destinata a triplicare entro il 2060 in assenza di misure drastiche. Solo una parte viene effettivamente riciclata, mentre enormi volumi finiscono in discarica, inceneriti o dispersi nell’ambiente. Il problema non riguarda soltanto i rifiuti visibili, ma un sistema produttivo che continua a immettere sul mercato plastica vergine a ritmi incompatibili con la capacità del Pianeta di assorbirne gli impatti.
Mari soffocati dalla plastica
Gli oceani rappresentano il simbolo più evidente di questa emergenza. Milioni di tonnellate di plastica entrano ogni anno nei mari, frammentandosi in microplastiche, che si diffondono lungo l’intera catena alimentare. Negli ecosistemi marini sono stati rilevati oltre 170 trilioni di frammenti plastici, mentre enormi vortici di accumulo, come il Great Pacific Garbage Patch, testimoniano la dimensione ormai planetaria del fenomeno.
Le microplastiche sono state individuate in pesci, molluschi, acqua potabile e perfino nel sale da cucina. Una presenza invisibile che rende l’inquinamento plastico non solo un problema ambientale, ma anche alimentare e sanitario.
L’impatto su suoli e salute umana
Non meno grave è la situazione sulla terraferma. I suoli agricoli ricevono quantità crescenti di particelle plastiche attraverso fanghi di depurazione e fertilizzanti, alterando la struttura del terreno e compromettendone la fertilità. Tracce di plastica sono state rinvenute anche nelle regioni artiche e nelle aree montane più remote, segno di una contaminazione globale.
Sul piano sanitario studi recenti hanno rilevato microplastiche nel sangue umano, nei polmoni e persino nello sperma e nella placenta. Molti materiali plastici contengono additivi chimici potenzialmente interferenti sul sistema endocrino, con possibili effetti a lungo termine ancora oggetto di ricerca, ma già motivo di forte preoccupazione scientifica.
La pressione della società civile
In questo contesto si inserisce l’impegno della società civile. Organizzazioni come Plastic Free Onlus, tra le più attive in Italia dal 2019, hanno partecipato anche a questa sessione negoziale per rappresentare la voce di centinaia di migliaia di volontari e chiedere un trattato realmente incisivo. Le associazioni ambientaliste ribadiscono che un accordo debole, limitato alla gestione dei rifiuti, non sarebbe sufficiente ad affrontare la radice del problema, ossia la sovrapproduzione di plastica vergine alimentata dall’industria dei combustibili fossili.
Un anno decisivo per il Pianeta
Il biennio 2025-2026 si conferma, dunque, cruciale. Il trattato in discussione all’INC potrebbe diventare la prima legge globale contro l’inquinamento plastico, segnando una svolta storica nella governance ambientale internazionale. Senza un’intesa ambiziosa e vincolante, però, il rischio è che la diplomazia resti indietro rispetto alla crisi ecologica. Mentre i negoziati proseguono gli ecosistemi continuano a degradarsi e la salute umana a essere esposta a un inquinamento che, silenziosamente, si è già insinuato in ogni angolo del Pianeta.



