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Perché i giovani italiani restano a casa con mamma e papà. La scomoda verità dei dati OCSE

In Italia molti giovani tardano a lasciare la casa dei genitori. Lo dicono i dati OCSE, che però evidenziano anche come la difficoltà a raggiungere l’indipendenza non dipenda dalla cultura familiare, ma da seri e reali fattori contingenti
giovedì, 12 Febbraio 2026
1 minuto di lettura

Secondo l’ultimo rapporto OCSE “Society at a Glance 2024”, in Italia circa quattro giovani su cinque tra i 20 e i 29 anni vivono ancora con i genitori (il 79%). Solo la Corea del Sud registra una percentuale più alta (circa l’82%). A farci compagnia “a pari merito” Spagna, Slovacchia, Grecia, Polonia e Slovenia. Questo dato a prima vista sorprendente, cui la stampa italiana ha dato risalto lasciando intendere che sia un fatto negativo da attribuire ai nostri ragazzi, in realtà va analizzato nelle sue reali cause e non va letto solo come un segno di attaccamento alla famiglia. Dietro ci sono ragioni economiche, sociali e strutturali che rendono la transizione all’età adulta più lenta e complessa.

Molti credono che restare in famiglia sia una scelta legata alla tradizione italiana, ma i dati mostrano che i fattori economici pesano molto di più. I salari medi dei giovani sono spesso bassi e molti di loro lavorano con contratti temporanei o precari. Gli affitti e il prezzo delle case sono elevati rispetto ai redditi e ottenere un mutuo o un prestito è difficile. Quando il costo della vita supera le possibilità economiche, l’uscita di casa viene inevitabilmente rinviata, anche se il desiderio di autonomia esiste.

Il confronto con i Paesi del Nord Europa evidenzia come la situazione italiana si possa evitare. Nei Paesi nordici la maggioranza dei giovani lascia la casa dei genitori già tra i venti e i venticinque anni, grazie a sistemi di welfare più generosi, sussidi per studenti e giovani lavoratori, disponibilità di housing pubblico o calmierato e un mercato del lavoro più stabile all’ingresso. In altre parole, l’autonomia abitativa può essere sostenuta dalle Istituzioni, non solo dalla volontà individuale.

Rimanere più a lungo in famiglia ha conseguenze che vanno oltre il semplice domicilio. Influisce sul ritardo nella formazione di nuove coppie, sulla diminuzione della natalità, sulla mobilità geografica per lavoro e sul ricambio generazionale nel mercato immobiliare. In questo senso, il dato OCSE non riguarda solo “dove vivono i giovani”, ma tocca aspetti importanti della demografia, dell’economia e della vita sociale del Paese.

Negli ultimi anni la situazione è stata aggravata dall’aumento dei canoni nelle grandi città e nei centri universitari. L’OCSE evidenzia come il costo elevato degli alloggi renda quasi obbligata la permanenza in famiglia, soprattutto quando un affitto assorbe fino alla metà dello stipendio medio.

Il nostro non è, comunque, un fenomeno isolato. A parte il caso della Corea del Sud, si tratta di un tratto comune alle economie avanzate caratterizzate da forte pressione immobiliare, competizione lavorativa intensa e alto costo della vita urbana. L’Italia rientra in questo quadro internazionale, ma con fragilità proprie che richiedono attenzione e interventi mirati.

Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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