Jimmy Lai, fondatore del quotidiano pro‑democrazia Apple Daily e figura simbolo del movimento per le libertà civili a Hong Kong, è stato condannato a 20 anni di carcere al termine di un processo che ha attirato l’attenzione della comunità internazionale. La sentenza, emessa nell’ambito delle accuse legate alla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020, rappresenta uno dei verdetti più pesanti mai inflitti a un esponente del fronte democratico e segna un nuovo punto di svolta nella repressione del dissenso nell’ex colonia britannica.
Lai, 77 anni, era già detenuto da tempo e affrontava una serie di capi d’accusa che vanno dalla collusione con forze straniere alla partecipazione a manifestazioni non autorizzate. I suoi avvocati hanno definito il processo “politicamente motivato”, sostenendo che l’imprenditore abbia pagato il prezzo della sua opposizione aperta al governo di Hong Kong e al crescente controllo esercitato da Pechino. Le autorità locali, invece, hanno ribadito che la sentenza è frutto di un procedimento “condotto secondo la legge” e che nessuno è al di sopra delle norme sulla sicurezza nazionale.
La reazione internazionale è stata immediata. Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea hanno espresso “profonda preoccupazione”, denunciando un ulteriore deterioramento dello stato di diritto e della libertà di stampa a Hong Kong. Organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di “sentenza esemplare” volta a intimidire giornalisti, attivisti e media indipendenti.
Pechino ha respinto le critiche, accusando i governi occidentali di “interferenza negli affari interni cinesi”. La condanna di Lai arriva in un momento in cui lo spazio per il dissenso a Hong Kong appare sempre più ridotto: giornali chiusi, attivisti in esilio, leader democratici incarcerati. Per molti osservatori, il verdetto non è solo la fine di un capitolo personale, ma il simbolo di una trasformazione profonda e irreversibile dell’ex territorio autonomo.



