Il Giappone accelera sulla strategia delle risorse critiche e inaugura una nuova fase nella corsa globale alle terre rare: il recupero di fango ricco di minerali dai fondali marini del Pacifico. Dopo anni di studi e test tecnologici, Tokyo ha avviato operazioni pilota nell’area di Minamitori, a oltre 1.800 chilometri dalla costa, dove giacciono depositi considerati tra i più promettenti al mondo. L’obiettivo è chiaro: ridurre la dipendenza dalla Cina, che oggi controlla oltre il 60% della produzione globale e una quota ancora maggiore della raffinazione, dominando di fatto l’intera filiera. Il progetto giapponese si basa su un sistema di estrazione che aspira il sedimento dal fondale a circa 6.000 metri di profondità, per poi separare le terre rare — fondamentali per batterie, turbine eoliche, chip e tecnologie militari — dal materiale residuo. Secondo le stime del governo, i depositi individuati potrebbero garantire al Paese decenni di approvvigionamento, offrendo una leva strategica in un contesto geopolitico sempre più competitivo. La scelta di puntare sul mare profondo arriva in un momento in cui Tokyo, come molte economie avanzate, teme che eventuali restrizioni cinesi possano mettere in crisi interi settori industriali. Negli ultimi anni Pechino ha già limitato l’export di gallio e germanio, alimentando il timore che le terre rare possano diventare il prossimo strumento di pressione. Per il Giappone, diversificare non è più un’opzione ma una necessità. Il progetto, tuttavia, non è privo di controversie. Gli scienziati avvertono che l’impatto ambientale dell’estrazione in acque profonde è ancora poco compreso: il rischio di danneggiare ecosistemi fragili e poco studiati è reale, e diverse ONG chiedono una moratoria internazionale. Tokyo assicura che le operazioni saranno condotte con “massima cautela” e che la fase pilota servirà proprio a valutare gli effetti sul lungo periodo. Per ora, il Giappone procede con prudenza ma determinazione.



