Il governo venezuelano apre un nuovo fronte politico con l’annuncio di una legge per l’amnistia generale e una proposta di riforma radicale del sistema giudiziario. A presentare il pacchetto è stato Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale e figura chiave del chavismo, che ha definito l’iniziativa “un passo necessario per la riconciliazione nazionale”. Il progetto, ancora in fase preliminare, mira a chiudere anni di conflitti politici interni, ma rischia di alimentare nuove tensioni in un Paese già segnato da profonde divisioni. Secondo Rodríguez, l’amnistia dovrebbe riguardare “tutti i reati di natura politica” commessi negli ultimi vent’anni, includendo oppositori, attivisti, funzionari pubblici e membri delle forze di sicurezza coinvolti in episodi di repressione. Una misura che, nelle intenzioni del governo, servirebbe a “voltare pagina” e facilitare un dialogo più ampio con i settori moderati dell’opposizione. Ma proprio l’opposizione denuncia il rischio di un’amnistia costruita su misura per garantire impunità ai responsabili di violazioni dei diritti umani, chiedendo garanzie chiare e un processo trasparente. Parallelamente, Rodríguez ha proposto la creazione di un nuovo sistema giudiziario “indipendente, moderno e depoliticizzato”, con la revisione dei meccanismi di nomina dei magistrati e la ristrutturazione del Tribunale Supremo di Giustizia. Una promessa ambiziosa in un Paese dove la magistratura è da anni accusata di essere subordinata al potere esecutivo e di ostacolare qualsiasi forma di controllo istituzionale. La comunità internazionale osserva con cautela. Alcuni governi latinoamericani hanno accolto positivamente l’idea di un’amnistia come strumento di pacificazione, mentre organizzazioni per i diritti umani temono che la riforma possa trasformarsi in un’operazione cosmetica senza reali cambiamenti strutturali.



