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Gaza, Trump lancia il Board of Peace: Israele ed Egitto dentro, l’Europa si sfila

Netanyahu accetta l’invito dopo le riserve iniziali, adesione anche del Cairo. Italia e Commissione Ue ancora in forse, no di Francia e Nord Europa.
giovedì, 22 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Il progetto del Board of Peace promosso da Trump entra nella sua fase più delicata mentre sul terreno il conflitto continua. Un raid israeliano nella Striscia di Gaza centrale ha colpito un veicolo legato a un’organizzazione umanitaria egiziana, causando cinque vittime, tra cui tre giornalisti palestinesi. Un episodio che rischia di aggravare ulteriormente le tensioni proprio mentre si tenta di costruire una cornice politica per il “dopo Gaza”. Nato per guidare la ricostruzione della Striscia di Gaza e avviare una seconda fase di stabilizzazione regionale, l’organismo si sta rapidamente trasformando in un banco di prova politico globale. Il quadro è complicato anche dagli altri dossier aperti, dagli aiuti all’Ucraina, rallentati dall’assenza del presidente Volodymyr Zelensky a Davos, alle tensioni transatlantiche sulla Groenlandia. Non a caso, la formalizzazione dell’iniziativa è attesa al World Economic Forum, dove il progetto su Gaza si intreccia con negoziati ancora irrisolti, accentuando il carattere politico, e non solo tecnico, del nuovo organismo. Il Board, presieduto direttamente da Trump, riunisce una platea eterogenea di Stati e figure politiche, tra cui Turchia, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Vietnam, oltre a personalità non istituzionali. Proprio questa composizione alimenta i timori di molte capitali occidentali. Il presidente Usa ha difeso l’iniziativa sostenendo che le Nazioni Unite “devono continuare a esistere”, ma ammettendo che il nuovo organismo potrebbe colmare i vuoti lasciati dal multilateralismo tradizionale. Sul piano operativo, il Board of Peace dovrebbe fornire l’indirizzo politico al Comitato tecnico palestinese incaricato dell’amministrazione provvisoria della Striscia di Gaza, pensato come struttura transitoria verso un assetto istituzionale definitivo.

Netanyahu e al-Sisi accettano

Dopo una fase iniziale di freddezza, Benjamin Netanyahu ha accettato ieri l’invito a entrare nel Board, superando le riserve sulla composizione del gruppo. Una scelta che rischia però di aprire nuove tensioni interne alla sua coalizione, soprattutto con l’ala più radicale del governo israeliano, contraria a una gestione multilaterale del futuro di Gaza. All’adesione israeliana si è affiancata quella dell’Egitto: il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha confermato l’ingresso del Cairo, presentandolo come un contributo alla seconda fase del piano americano.

Europa più distante da Washington

Sul fronte europeo prevalgono cautela e diffidenza. L’Italia resta in attesa: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata invitata a firmare il documento istitutivo, ma non ha ancora sciolto la riserva. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiarito che sono in corso valutazioni giuridiche e politiche. La Francia ha formalizzato il proprio no, rivendicando il primato dello Stato di diritto e respingendo l’idea di un’architettura alternativa all’Onu. Anche Norvegia e Svezia hanno annunciato che non parteciperanno nella forma attuale, mentre da Berlino filtra un orientamento negativo, legato al rispetto del diritto internazionale e all’imbarazzo per l’inclusione di Russia e Bielorussia. A pesare sulle resistenze europee è anche l’invito al presidente russo Vladimir Putin, letto come una legittimazione incompatibile con il regime di sanzioni e con la guerra in Ucraina. Resta incerta la posizione della Commissione europea: Ursula von der Leyen dovrebbe confrontarsi oggi con i leader Ue, senza che emerga una linea condivisa. La Turchia, pur confermando il coordinamento con Washington sulla crisi di Gaza, non sarà rappresentata personalmente dal presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha delegato il ministro degli Esteri Hakan Fidan.

Brasile e Giappone frenano

Anche fuori dall’Europa il dibattito resta aperto. Il Brasile frena sull’eventuale adesione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, mentre il Giappone valuta con prudenza l’invito rivolto alla premier Sanae Takaichi, diviso tra il rapporto con Washington e il timore di legittimare un organismo percepito come sbilanciato.

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