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La Groenlandia come choke point geopolitico del XXI secolo

domenica, 11 Gennaio 2026
6 minuti di lettura

Da oltre un secolo la Groenlandia occupa una posizione centrale nella geostrategia nordamericana. Ben prima che l’Artico emergesse come nuovo epicentro della competizione globale, gli Stati Uniti avevano già individuato nell’isola un avamposto cruciale per la sicurezza del continente, il controllo delle rotte polari e l’accesso a risorse naturali strategiche. Dal primo sondaggio del 1867, passando per l’offerta formale del 1946, fino alle pressioni politiche riemerse nel XXI secolo, Washington ha ripetutamente tentato di acquisire la Groenlandia o di ampliarne il controllo, scontrandosi sistematicamente con il rifiuto di Copenaghen e con la crescente affermazione dell’autonomia groenlandese.

Questi episodi, spesso liquidati come semplici curiosità diplomatiche, rivelano invece una costante storica: la percezione statunitense della Groenlandia come tassello imprescindibile della propria architettura di sicurezza e della proiezione di potenza nell’Artico. In un contesto segnato dal riscaldamento climatico, dall’apertura di nuove rotte di navigazione e dalla competizione con Russia e Cina, l’interesse americano appare tutt’altro che anacronistico. Al contrario, esso si inserisce in una strategia più ampia che intreccia sicurezza militare, tecnologia avanzata e controllo delle risorse critiche. La reazione ferma della Danimarca e delle autorità groenlandesi conferma tuttavia che la sovranità dell’isola non è negoziabile e che ogni tentativo di modificarne lo status rischia di generare tensioni anche all’interno della NATO.

La centralità strategica della Groenlandia per gli Stati Uniti affonda le sue radici soprattutto nella dimensione militare. Il cuore della postura strategica russa nell’Artico è concentrato nella Penisola di Kola, un’enclave ipermilitarizzata affacciata sul Mare di Barents. In un’area relativamente ristretta si trovano le principali basi della Flotta del Nord: Gadzhiyevo, che ospita i sottomarini nucleari strategici delle classi Borei e Delta; Olenya Guba, da cui operano i sottomarini d’attacco; e Severomorsk, centro di comando operativo. Si tratta di un ecosistema militare progettato per garantire protezione, ridurre i tempi di reazione e assicurare la continuità del deterrente marittimo russo.

Una volta lasciate le acque protette del cosiddetto bastione – l’area difensiva costruita da Mosca attorno alla penisola mediante l’integrazione di aviazione, radar costieri e pattugliatori – i sottomarini russi intraprendono una rotta che offre poche alternative. La prima fase della navigazione avviene nel Mare di Barents, ancora sotto copertura russa; successivamente le unità si dirigono verso sud-ovest, entrando nel Mare di Norvegia, il primo vero spazio di competizione diretta con la NATO. È in queste acque profonde e turbolente che prende forma la “caccia silenziosa” tra i sottomarini russi e le piattaforme antisommergibile occidentali.

Il passaggio decisivo è rappresentato dal GIUK Gap – l’arco marittimo compreso tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito. Questo corridoio, stretto e in larga misura obbligato, costituisce il principale punto di strozzatura tra l’Artico e l’Atlantico settentrionale. Per la Russia è la porta d’accesso verso le rotte che conducono alla costa orientale degli Stati Uniti; per Washington e i suoi alleati è il filtro attraverso cui monitorare, tracciare e, se necessario, contenere i movimenti della Flotta del Nord. Non a caso, l’area è sorvegliata da una rete integrata di sensori, pattugliatori marittimi e sistemi radar che fanno capo anche alla base statunitense di Pituffik, in Groenlandia, considerata un avamposto indispensabile per la sicurezza del Nord Atlantico.

Superato il GIUK Gap, i sottomarini russi possono disporsi nell’Atlantico settentrionale assumendo posizioni di pattugliamento, avvicinandosi alle rotte commerciali transatlantiche o collocandosi in potenziali aree di lancio. In questa fase la loro presenza acquisisce una valenza strategica diretta nei confronti degli Stati Uniti, poiché riduce i tempi di volo dei missili balistici e aumenta la pressione sul sistema di allerta precoce americano.

Se durante la Guerra fredda e nel primo dopoguerra l’esigenza securitaria statunitense poteva essere soddisfatta dal trattato del 1951 con la Danimarca – che consente agli USA l’uso della Groenlandia per basi militari e installazioni di rilevamento – il contesto attuale è profondamente mutato. Il progressivo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento delle temperature nell’Artico stanno infatti aprendo nuove rotte di navigazione lungo la Northern Sea Route (NSR), il corridoio che costeggia la Siberia settentrionale. Questa trasformazione climatica, pur carica di rischi ambientali, sta ridisegnando la geografia del commercio globale, offrendo tempi di percorrenza sensibilmente inferiori rispetto alle rotte tradizionali attraverso Suez.

Negli ultimi anni la Cina ha colto questa opportunità con una strategia sempre più assertiva. Pechino, che si definisce “Stato quasi artico”, considera l’Artico un elemento chiave per diversificare le proprie linee di approvvigionamento e ridurre la vulnerabilità ai choke-points controllati o influenzati dagli Stati Uniti, come Suez e Malacca. La cooperazione con la Russia, rafforzata dalle tensioni geopolitiche globali, ha accelerato questo processo.

Nel 2025 la Cina ha inaugurato il China–Europe Arctic Express, un servizio regolare di portacontainer che collega i porti di Ningbo-Zhoushan, Qingdao e Shanghai con i principali hub europei – Felixstowe, Rotterdam, Amburgo e Danzica – attraverso la rotta artica. La traversata richiede circa 18 giorni, contro i 31 necessari via Suez, con effetti significativi sui costi logistici, sulla rotazione del capitale e sui tempi di consegna.

Questa rotta non rappresenta soltanto un’evoluzione commerciale, ma un tassello della più ampia strategia cinese di contro-globalizzazione, finalizzata a costruire un ordine logistico alternativo a quello dominato dagli Stati Uniti. La partnership con Mosca è centrale: la Russia controlla l’infrastruttura artica, fornisce rompighiaccio e garantisce la sicurezza lungo la NSR; la Cina apporta capacità industriale, investimenti e volumi di traffico.

Il quadro resta tuttavia segnato da rilevanti criticità. Le rotte artiche sono ancora stagionali, esposte a rischi ambientali e inserite in un contesto normativo incompleto. Inoltre, la crescente presenza cinese nell’Artico alimenta preoccupazioni tra gli attori occidentali, che temono una progressiva militarizzazione e una ridefinizione degli equilibri in un’area finora caratterizzata da cooperazione scientifica e governance multilaterale. Al contrario la competizione nell’Artico spinge la Regione verso una polarizzazione che riguarda la sicurezza militare, il controllo delle rotte commerciali globali, l’accesso alle risorse critiche (terre rare, minerali, idrocarburi di cui la Groenlandia è ricca) e la capacità di dettare le regole in un’area che fino a pochi decenni fa era considerata marginale.

In questo scenario si comprende il rinnovato interesse statunitense per la Groenlandia: qualora l’isola divenisse parte del territorio americano o uno Stato associato in regime COFA (Compact of Free Association), Washington acquisirebbe di fatto il controllo di porzioni significative di due delle tre principali rotte artiche che lambiscono le coste groenlandesi, trasformando le relative acque territoriali in acque sotto giurisdizione statunitense. Questo non è un dettaglio tecnico: significherebbe la possibilità di regolare, monitorare e potenzialmente interdire il traffico marittimo in una regione che sta diventando strategicamente cruciale. Un cambiamento che avrebbe implicazioni di vasta portata per la sicurezza, il commercio globale e l’equilibrio geopolitico del XXI secolo

Negli ultimi mesi, infatti, questo quadro strutturale ha trovato riscontro anche nella cronaca politica. Le dichiarazioni provenienti da Washington hanno ribadito, con toni variabili ma sempre più espliciti, l’interesse strategico degli Stati Uniti per la Groenlandia, definita in più occasioni un elemento “vitale” per la sicurezza dell’Artico e del Nord Atlantico. Funzionari dell’amministrazione americana hanno insistito sulla necessità di rafforzare la cooperazione militare, ampliare le infrastrutture esistenti e garantire che l’isola resti saldamente ancorata all’orbita euro-atlantica, soprattutto alla luce della crescente presenza russa e cinese nella regione.

A queste prese di posizione hanno fatto seguito le contro-dichiarazioni di Copenaghen, che ha riaffermato con fermezza la sovranità danese sulla Groenlandia, ricordando come qualsiasi decisione sul futuro dell’isola non possa prescindere dal diritto all’autodeterminazione della popolazione groenlandese. Il governo danese ha sottolineato che la cooperazione con gli Stati Uniti in ambito NATO resta solida e irrinunciabile, ma ha al tempo stesso respinto ogni ipotesi di acquisizione territoriale o di revisione unilaterale degli accordi esistenti.

Ancora più nette sono state le posizioni espresse dalle autorità di Nuuk. Il governo groenlandese ha ribadito che la Groenlandia “non è in vendita” e che il processo di rafforzamento dell’autonomia – e, nel lungo periodo, di una possibile piena indipendenza – non può essere strumentalizzato da logiche di potenza esterne. Pur riconoscendo l’importanza della cooperazione con gli Stati Uniti sul piano economico e della sicurezza, i leader groenlandesi hanno chiarito che ogni presenza straniera sull’isola deve avvenire nel rispetto delle istituzioni locali e degli interessi della popolazione.

Questo scambio di dichiarazioni e contro-dichiarazioni evidenzia una tensione di fondo destinata a perdurare. Da un lato, Washington percepisce la Groenlandia come un nodo strategico sempre più decisivo in un Artico che si apre e si militarizza; dall’altro, Danimarca e Groenlandia cercano di evitare che l’isola diventi un terreno di competizione diretta tra grandi potenze. La partita resta aperta, ma una costante emerge con chiarezza: la Groenlandia non è più una periferia silenziosa del sistema internazionale, bensì uno dei luoghi in cui si anticipano le dinamiche di potere del XXI secolo.

In ultimo le ipotesi di annessione forzata, ai danni di un alleato fedele come è sempre stata la Danimarca, mi sembrano più legate a dinamiche interne di immagine che ad un percorso realistico. L’operazione avrebbe ricadute internazionali pesanti, ed effetti dirompenti sul fronte interno. In questo caso la cooperazione, il rispetto della sovranità e il multilateralismo restano strumenti molto più efficaci delle minacce per tutelare gli interessi strategici di lungo periodo degli USA.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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