La sovranità come realtà concreta
La crisi tra Stati Uniti e Venezuela non va letta come un episodio isolato, ma come la manifestazione di una tendenza più ampia: la sovranità non è più solo un principio giuridico astratto, bensì un fatto operativo, misurato sulla capacità di difendere territorio, risorse e catene decisionali. Quando una grande potenza afferma di poter “gestire” la transizione politica di un altro Stato, il messaggio è chiaro: il diritto segue la forza, non il contrario.
Monroe 2.0: ritorno alla geopolitica delle aree
Il richiamo alla Dottrina Monroe, aggiornata in chiave contemporanea, non è un esercizio retorico. È la riaffermazione di un principio classico della politica di potenza: esistono aree di priorità strategica dove l’intervento esterno è tollerato solo se compatibile con l’interesse dell’attore dominante. L’emisfero occidentale torna così a essere considerato uno spazio gerarchizzato, dove sicurezza, narcotraffico ed energia diventano strumenti di legittimazione dell’azione americana.
Dal contenimento all’azione diretta
La sequenza degli eventi mostra una progressione coerente: prima la pressione economica, poi l’isolamento finanziario e marittimo, infine l’azione diretta. Non si tratta di improvvisazione, ma di shaping strategico: logorare lo Stato bersaglio fino a renderlo vulnerabile a un colpo risolutivo. In questo schema, il linguaggio della “guerra alla droga” funziona come cornice comunicativa efficace, soprattutto sul piano interno statunitense.
Il diritto internazionale come variabile elastica
Dal punto di vista giuridico, l’uso della forza resta formalmente vietato, salvo eccezioni ben definite. Ma la realtà dimostra che tali eccezioni vengono dilatatequando coincidono con interessi vitali. Trasformare una minaccia criminale in base per l’intervento militare significa svuotare progressivamente il principio di non-intervento. Non è un dettaglio tecnico: è una mutazione dell’ordine internazionale.
Effetto domino: Russia, Cina e il “vicinato”
Il punto centrale non è il Venezuela in sé, ma il precedente. Se passa l’idea che una leadership possa essere rimossa con un mix di forza e narrativa legale, altri attori ne trarranno lezione. La Russia continua a considerare il proprio “estero vicino” come zona sensibile; la Cina osserva Taiwan come nodo strategico irrinunciabile. Non serve un accordo segreto: basta la constatazione che le regole valgono solo fuori dalle sfere d’influenza.
Europa e Stati di frontiera
In questo quadro, Paesi come la Colombia diventano zone di frizione, assorbendo instabilità, flussi e costi politici. L’Europa, invece, paga la distanza tra capacità normativa e capacità di potenza. Richiamare il diritto senza poter incidere sugli esiti significa accettare un ruolo passivo.
Il mondo che viene
Non è caos, è una mappa. Un sistema internazionale dove le regole sopravvivono finché non intralciano interessi vitali. Monroe 2.0 non è un’eccezione: è il segnale di un mondo che torna a parlare il linguaggio delle aree, dei corridoi e della forza. Chi non lo capisce, rischia di subirlo.



