Gli stress test effettuati sui bilanci 2024 delle banche europee da parte della Eba e della Bce e pubblicati alla fine di luglio, attestano che “le banche del Sud Europa sono quelle che hanno mostrato maggiore resistenza di capitale nello scenario economico avverso ipotizzato”. Anche secondo i conti semestrali del 2025 appena approvati dalle principali banche della Ue, i campioni europei dei profitti sono nel Sud Europa. Santander e Bbva, che in coppia hanno registrato un utile netto semestrale di 12,28 miliardi di euro, sono seguiti dalle due grandi banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, con 11,3 miliardi di euro. Spagna e Italia cosi hanno superato la Francia, fino a poco tempo fa leader continentale.
Questa grande capacità reddituale è riconosciuta anche dagli investitori, che assegnano a Santander, UniCredit e Intesa Sanpaolo la leadership nella capitalizzazione di Borsa, superando anche Bnp Paribas che era il numero uno negli ultimi anni.
Se esaminiamo nel particolare il sistema bancario italiano possiamo, da un canto, veder confermato questo aspetto positivo (le banche italiane sono in vetta alla graduatoria, ben posizionate nella metà alta della lista stilata dalla Vigilanza) dall’altra, però rilevare che questo buon posizionamento non si tramuta in un miglior trattamento delle propria clientela: imprese e famiglie.
Secondo la Banca d’Italia, nel 2024 i ricavi totali del settore bancario italiano nel suo complesso sono stati pari a 110,1 miliardi, i costi 58,6 miliardi, l’utile netto 46,5 miliardi e le imposte versate 11,2 miliardi (tax rate 24,2%). Nel 2023, i ricavi erano stati 102,7 miliardi, con 57,2 miliardi di costi, 40,6 miliardi di utili e 8,2 miliardi di tasse, pari al 20,1%.
Questi ed altri dati significativi relativi alle performance del nostro sistema bancario per gli anni che vanno dal 2018 al 2022 sono evidenziati e commentati nell’interessantissima analisi del Centro Studi di Unimpresa secondo il quale “il sistema bancario italiano ha generato ricavi complessivi per 626,3 miliardi di euro, con costi operativi pari a 391,3 miliardi. Il margine d’interesse – ovvero i guadagni ottenuti dalle banche sulle attività di prestito – ha raggiunto quota 331,2 miliardi, rappresentando oltre la metà del fatturato complessivo del settore. L’utile netto cumulato è stato di 162 miliardi, mentre le imposte effettivamente versate al fisco ammontano a 33,9 miliardi. Ne deriva un tax rate medio del 20,9%, nettamente inferiore rispetto all’aliquota nominale dell’Ires (24%) e ancor più distante rispetto alla pressione fiscale complessiva che grava sulle imprese non finanziarie italiane.
La pressione fiscale effettiva, come si vede, è nettamente inferiore a quella di imprese e lavoratori, che si attesta ben oltre il 40%. Dal confronto emerge per giunta che le piccole e medie imprese, vengono schiacciate da un prelievo che supera il 60% degli utili che altera gli equilibri di giustizia fiscale tra i diversi attori economici.
Il quadro complessivo che emerge è quello di una fiscalità molto più favorevole per il sistema bancario italiano rispetto a quella sostenuta dal resto del mondo produttivo italiano.
Questi numeri evidenziano, secondo Unimpresa, tre elementi centrali. Elevata redditività netta: il margine tra ricavi e costi si è progressivamente allargato, soprattutto nel biennio 2023–2024, grazie all’aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Bce, che ha incrementato i profitti sulle attività di credito senza incidere in modo proporzionale sui costi. Pressione fiscale contenuta: il rapporto tra utile netto e imposte versate si è mantenuto al di sotto della soglia del 25%. Infine il ricorso ad agevolazioni e meccanismi fiscali che solo certe imprese riescono ad utilizzare.
Di questo trattamento di favore sul piano fiscale non hanno beneficiato famiglie e PMI italiane. Anzi si sono viste ridurre in due anni e mezzo, tra dicembre 2022 e giugno 2025, il credito concesso dalle banche italiane di oltre 53 miliardi di euro, passando da 1.327,6 miliardi a 1.274,1 miliardi, con una flessione pari al 4,03%.
L’analisi del Centro studi di Unimpresa, ha documentato che questo calo è trainato in particolare dalla frenata dei finanziamenti a lungo termine per le aziende e dal crollo dei prestiti personali alle famiglie. Per quanto riguarda le famiglie, il credito complessivo si è attestato a 675,0 miliardi a giugno 2025, in calo di 5,6 miliardi rispetto ai 680,6 miliardi del 2022 (–0,83%).
Alla luce di questa “anomalia” – tanto per usare un eufemismo – ben può comprendersi la rivendicazione dei meriti della politica del Destra-centro da parte di Giancarlo Giorgetti, secondo il quale in questi anni il governo “ha lavorato con serietà e umiltà, mattone dopo mattone e i risultati cominciano a vedersi”. Nel suo intervento al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione il Ministro dell’Economia ha sottolineato che questa politica ha avuto conseguenze positive per le imprese, le famiglie e le istituzioni finanziarie e si è divertito a dare un ulteriore “pizzicotto alle banche stesse che sono in condizioni più favorevoli, che devono tradursi in benefici concreti in favore delle famiglie” in termini di tassi migliori ed entità e facilità di accesso al credito.