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Spread sotto quota 100, per l’Italia risparmi fino a 13 miliardi

sabato, 30 Agosto 2025
2 minuti di lettura

La discesa dello spread tra BTP e Bund sotto i 100 punti base non è solo un dato tecnico da mercato, ma un segnale che può avere conseguenze concrete per i conti pubblici italiani. Secondo una stima del Centro studi di Unimpresa, il calo del differenziale potrebbe generare risparmi fino a 13 miliardi di euro sul fronte degli interessi passivi tra il 2025 e il 2026: circa 5 miliardi già l’anno prossimo e altri 7-8 miliardi nel 2026, grazie al rifinanziamento del debito a condizioni migliori. Negli anni più difficili, tra il 2022 e il 2023, lo spread aveva superato quota 200 punti base, con il rendimento del BTP decennale oltre il 5%. Un livello che aveva fatto impennare la spesa per interessi sul debito pubblico, oltre il 140% del Pil. Oggi, invece, la progressiva compressione del differenziale ha riportato i rendimenti in area 3,6-3,7%, con il Bund tedesco al 2,6-2,7%.
Il risultato, spiegano da Unimpresa, è tangibile: ogni punto base in meno equivale a un risparmio di circa 23-24 milioni di euro sul nuovo debito emesso. Considerando che il Tesoro colloca ogni anno titoli per circa 500 miliardi, la stabilizzazione dello spread sui livelli attuali potrebbe ridurre il costo medio del debito dal 3,3% al 3%.
In termini pratici, la contrazione di 80-100 punti base rispetto ai picchi di due anni fa genera già dal 2025 un risparmio annuo nell’ordine dei 4,5-5 miliardi. Ma sarà il 2026 l’anno cruciale: una quota significativa del debito emesso durante la fase di turbolenza dovrà essere rifinanziata, e se i rendimenti resteranno vicini ai livelli attuali, il risparmio aggiuntivo potrà superare i 7-8 miliardi. “Risorse che – osserva Unimpresa – potrebbero essere destinate alla riduzione del debito, alla crescita economica o ad alleggerire la pressione fiscale”.

“Un’opportunità, non una garanzia”

A invitare alla prudenza è il Presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi: “Ci sono risorse importanti a cui attingere per sostenere famiglie e imprese o ridurre le tasse. Ma la discesa dello spread non equivale automaticamente a un abbassamento del rischio-Paese. La compressione è dovuta in gran parte a fattori esterni, come la maggiore offerta di Bund sul mercato e la funzione rassicurante della Bce”. Per Longobardi, dunque, la fase attuale va vista come «un’opportunità da gestire con disciplina», senza dimenticare i vincoli strutturali dell’Italia: debito elevato, crescita potenziale limitata e la necessità di mantenere credibilità sui mercati.
Lo studio ricostruisce anche l’andamento del differenziale negli ultimi anni. Nel 2022, con la guerra in Ucraina e la crisi politica che portò alla caduta del governo Draghi, lo spread toccò quota 250 punti base. Nel 2023, durante il primo anno pieno del governo Meloni, oscillò tra i 180 e i 200 punti, con un picco nell’ottobre quando il BTP decennale arrivò al 5%.

Uno scenario da non sprecare

La svolta è arrivata nel 2024: la stabilità politica interna e le attese di una svolta monetaria da parte della Bce hanno favorito la discesa. Anche il rialzo dei rendimenti tedeschi, legato all’aumento dell’offerta di Bund per finanziare le spese militari e infrastrutturali, ha reso meno marcato il divario con l’Italia. Nel 2025 lo spread è sceso sotto i 100 punti base, un livello che non si vedeva dal 2010. La riduzione del costo medio del debito verso il 3% non è soltanto un sollievo per la finanza pubblica, ma un’occasione per liberare risorse. Ogni miliardo in meno di interessi passivi equivale a margini aggiuntivi per investimenti, politiche di crescita e riduzione del debito. Ma – avverte Unimpresa – resta la necessità di politiche di bilancio prudenti e riforme strutturali.
In altre parole, lo spread sotto i 100 punti base è un dividendo finanziario inatteso, frutto della combinazione tra mercati, Bce e stabilità politica. Un dividendo che, però, non durerà per sempre.

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