mercoledì, 8 Luglio, 2020
Società

A proposito di Covid 19…

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Mi è stato assegnato un compito a casa, dalla giornalista Angelica Bianco e pensavo di declinarlo perché è impossibile rispondere alla domanda: “Cosa avrebbe fatto Suo padre durante l’emergenza Covid19?” Poi però lei mi ha letto la testimonianza di Lucio Gaspari, sul proprio padre, che posso sottoscrivere in ogni suo punto tranne uno, perché la protezione civile esisteva anche se non come la conoscete oggi da almeno due anni. Ed ho capito che sì avevo delle cose da dire anche io. Vi sembrerà che divago, ma non è cosi. I primissimi giorni di novembre del 1966 avevo fatto due esami, nello stesso pomeriggio, ed ero tornata a casa felice e stanchissima, avvertendo la mia famiglia che andavo a dormire e che nessuno, per nessuna ragione al mondo, avrebbe dovuto svegliarmi. Per prendermi in giro le mie sorelle mi hanno chiesto: “Neanche se ti cerca il Ministro dell’Interno?” “Be in quel caso, sì” Ho risposto.

Perché la protezione civile esisteva e come! Ed io, la stavo sperimentando con altri scout ragazzi e ragazze per conto del Ministero dell’Interno e sotto l’egida del Presidente del Consiglio Aldo Moro.

Nel cuor della notte, mio padre in vestaglia, ha socchiuso timidamente la porta della mia stanza, si è affacciato e mi ha detto: “Fida, il Ministro Taviani è al telefono e vorrebbe parlare con te”.

Mi sono precipitata a rispondere e l’On.Taviani mi ha chiesto gentilmente ( ha chiesto proprio a me, perché ero la responsabile morale dello spirito della istituenda protezione civile) “Signorina se la sentirebbe di andare a Firenze questa notte?”. Noi ci stavamo addestrando quasi da due anni ed ho risposto: “Certo!” Ho passato catena, come si faceva tra gli scout, telefonando alla ragazza dopo di me e così via finché l ultima mi ha richiamata, ho preso il mio zaino – sempre pronto – ho indossato la divisa, il fazzolettone scout, il casco, ho infilato gli stivali di gomma ed un ora dopo ero a piazza Esedra, dove insieme alle mie compagne, sono salita sul pullmann che faceva parte della prima colonna mobile dei Vigili del fuoco era di stanza alla Scuola Centrale Anticendio di Capannelle direzione Firenze.  La prima colonna mobile non solo costituiva il soccorso di emergenza, ma, nel nostro pensiero prima e poi in quello del legislatore, avrebbe sempre e comunque coordinato e diretto le operazioni di soccorso utilizzando al meglio le forze in campo. (Chi fosse interessato può trovare sul sito fortissimamente voluto da mio figlio www.salviamoaldomoro.it una mia lettera a Conte proprio sulla protezione civile ed un altra al popolo italiano sul 9 maggio che la completa), ma per parlare esaustivamente della protezione civile e della sua nascita mi ci vorrebbe ben più di un volume. Parlare dei pompieri, ad esempio mi commuove profondamente; sono coloro che mi hanno insegnato come si fronteggia la paura e come ci si destreggia se si ha del filo di ferro invece che del cemento armato. Mia madre ha riconosciuto in me un’avventuriera e mi ha dato ogni specifica necessaria per sopravvivere.

Se non avessi fatto 10 anni di protezione civile e 10 di alpinismo non sarei mai sopravvissuta al caso Moro ed a tutto quello che mi è successo.

Siamo arrivati a Firenze nell’alba livida, abbiamo soccorso per strada una donna ferita che, ad un incrocio, era finita con le gambe sotto un camion e l’abbiamo accompagnata in ospedale. Quindi abbiamo cominciato a fare quello che ci era stato chiesto come prima cosa rendere agibili degli asili e costituire delle mense. Siamo rimaste a Firenze fino quasi  a Natale, ma questa è un altra storia. Aggiungo solo che “Angeli del Fango” non ci rappresenta e non esprime affatto quello che eravamo e volevamo essere, persone normali, che aiutavano a “servire” dovunque ce ne fosse stato bisogno.

Sono partita per il Belice il 22 febbraio del 1968 (sempre perché avevo finito gli esami in anticipo) con un C130 che era un aereo da carico, che avevamo atteso direi a Ciampino, sedute sui nostri zaini; poi un pullman sempre dei vigili del fuoco ci aveva portato a Santa Margherita Belice uno bis, di cui sarei diventata il capo campo e per la prima notte abbiamo dormito sull’autobus.

C’era il sole, ma anche la neve e faceva davvero freddo. La mattina seguente abbiamo montato le nostre tende e ci siamo messe a pulire il campo sportivo dalle bucce di arance e di  altre immondizie , per farne una tendopoli, sotto gli occhi stupiti dei giovanissimi carabinieri ai quali era stato affidato il compito di affiancarmi e di garantire l’ordine pubblico, e che ben presto hanno cominciato ad aiutarci,  come se ci conoscessimo da sempre. Avevo solo 22 anni e 675 persone nella mia tendopoli. Avevo diffidato mio padre a raggiungermi lì e l’avevo invitato a recarsi invece a Montevago (dove c’era un’altra tendopoli).

Ho però ricevuto il Prefetto Giuseppe Migliore direttore generale del Ministero dell’interno dal quale dipendeva il nostro esperimento nella protezione civile.

Una volta è arrivato e ci ha chiesto di scegliere un posto adeguato per fare un eliporto.

Un’altra, ci ha pregato di convincere la popolazione locale, che si fidava di noi, ad accettare che le proprie case distrutte fossero ricostruite dallo Stato in una zona più sicura, ma la gente ha rifiutato.

Sono rimasta la, felice come una pasqua, scaricando camion di aiuti e occupandomi della gente, ed anche a parlare male di una certa Maria Fida Moro, prendendola in giro ferocemente.

Quando, andando via, abbiamo scritto i nostri indirizzi sulle tavolette di cioccolata che abbiamo consegnato come ultima cosa le persone si sono divertite moltissimo che io fossi quella Maria Fida Moro che avevo, per scherzo, tanto denigrato.

Potrei parlare di queste e di tante altre esperienze nella protezione civile, da stancarvi, ma per me è il ricordo più importante della mia vita e lo devo a papà che mi ha creduto e dato retta, quando, 17enne tornata dal Vaillont, dove ero stata ad aiutare con un gruppo scout, lo avevo convinto a creare una protezione civile che coordinasse tutto in caso di calamità. Pensate, che a Firenze non eravamo neanche maggiorenni perché lo si diventava a 21 anni e noi siamo partite con il permesso firmato da entrambi i genitori.

Il Presidente del Consiglio si è assunto allora una enorme responsabilità.

Dunque, cosa avrebbe fatto mio padre? Quello che faceva sempre. Ascoltare, mediare tra le persone, non circondarsi di miriadi di esperti, riflettere e fidarsi di chi era già operativo nella colonna mobile; ingegneri dei vigili del fuoco, tecnici e vigili.

Già preparati, già affidabili, umili, solidi e competenti. Certo non degli “avventisti” dell’ultima ora. Avrebbe integrato la parte medica con la struttura, già esistente, dell’Istituto Superiore della Sanità. Come dice giustamente Lucio Gaspari si decide in pochi e non si fa confusione con miliardi di ordini e contrordini.

(La protezione civile non è addetta a leggere bollettini di guerra fa ben altro!!!!! Nota del redattore).

C’è ancora una cosa da raccontare. Se papà ci fosse stato, non avrebbe mai permesso che si cambiasse la costituzione fino a creare un casino tra le regioni e lo Stato. Lo Stato è uno fin dall’unità d’Italia. E qui, arrivano i bersaglieri che io adoro da quando, bimba piccolissima, papà mi portava in braccio a vedere passare proprio la fanfara dei bersaglieri a Porta Pia. (A proposito di Unità d’Italia!).

Eppoi sempre con lui alla sfilata del 2 giugno, ogni volta che è stato possibile.

E sono sicurissima che, a parte ogni altra ragione, papà abbia scelto proprio l’On. Gaspari perché era stato un Bersagliere.

Papà era lungimirante, immaginifico e buono. Il suo primo pensiero sarebbero stati gli ultimi, e forse sarebbe partito già in Dicembre a fare quello che andava fatto perché probabilmente il Covid19 già esisteva. Non so, quello che so è che mi manca e manca all’Italia spesso in memore.

Caro Lucio, se non ci piacciono i giocatori in campo, possiamo cercarne di migliori, e pensare ad una politica non di “comparse né di inconsapevoli”, ma di gente soprattutto consapevole, appassionata, preparata, perché la politica è una vocazione di Servizio.

Che ne direste di un Centro senza eccentrici? In Italia è impossibile fare politica senza un centro. Mi vengono in mente dei nomi di uomini normali, ma saggi, motivati e competenti.

Se solo si ritrovassero potrebbero unirsi e formare un super vulcano di gioia.

Pratichiamo la speranza e chissà…

Non dimentichiamo e facciamo volare il sacrificio silenzioso ed ignoto di tanti vigili giovani e meno giovani, che, lavorando a Firenze alluvionata, alle idrovore, prima si sono ammalati di epatite e poi sono morti di tumore al fegato. Uno di loro l’ultima volta che l’ho visto mi ha detto: “l’unica cosa pulita e lucente a Firenze erano i tuoi capelli” poi se n’è andato in silenzio, seguito da un piccolissimo cane trotterellante.

Non li dimenticherò mai, sono amici per la vita ed abitano nel mio cuore.

Forse sono andata fuori tema, ma datemi 6 per la buona volontà.

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