Nei prossimi due anni, secondo il rapporto pubblicato da Confindustria, l’economia mondiale crescerà a un ritmo stabile, attorno al 2,7% annuo. Un valore che si avvicina ai livelli registrati prima della pandemia. Dietro questo dato si nasconde però uno scenario più complesso: gli Stati Uniti frenano, l’Europa resta debole e la crescita dei Paesi emergenti prosegue. Il commercio mondiale è tornato in crescita nel 2024, ma meno del previsto, e continuerà a espandersi lentamente. Gli scambi tra le grandi potenze si stanno riorganizzando: diminuiscono i rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina, così come tra Europa e Cina, mentre aumentano quelli tra Europa e USA. Intanto, la Cina attira meno investimenti dall’estero, mentre gli Stati Uniti ne restano il principale destinatario.
Stati Uniti in rallentamento, ma ancora in testa
L’economia americana ha chiuso il 2024 con risultati migliori del previsto, grazie soprattutto ai consumi delle famiglie. Tuttavia, nel 2025 è atteso un rallentamento, causato da salari meno dinamici e da una maggiore incertezza che frena gli acquisti. Anche l’inflazione resta sopra il livello considerato “normale” (attualmente intorno al 3%). La Federal Reserve – la banca centrale degli USA – ha già iniziato a ridurre i tassi di interesse, ossia il “costo del denaro”, ma lo sta facendo in modo graduale. Questo processo, chiamato allentamento monetario, dovrebbe sostenere la ripresa nella seconda metà del 2025 e nel 2026.
Europa in ripresa lenta e fragile
L’Eurozona dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2025 e dell’1% nel 2026, dopo un 2024 chiuso con appena lo 0,7%. Si tratta di una crescita modesta, frenata ancora dall’inflazione e dai tassi d’interesse elevati, anche se in calo. L’Europa sta faticando a ritrovare slancio, anche per motivi strutturali: la crisi della Germania, la dipendenza energetica e la perdita di competitività rispetto a Stati Uniti e Cina. Il prezzo del gas, per esempio, resta molto più alto rispetto agli USA. A febbraio 2025, ha toccato i 50 euro per megawattora, contro prezzi anche quattro volte più bassi negli Stati Uniti. Questi costi si riflettono sulle bollette e rendono più difficile produrre in Europa.
Una Cina più cauta, un’India in ascesa
La Cina continua a crescere a un ritmo vicino al 5%, ma mostra segnali di debolezza: la domanda interna non decolla, la disoccupazione è in aumento e l’inflazione è molto bassa. Per stimolare l’economia, le autorità cinesi stanno adottando politiche fiscali e monetarie espansive, cioè stanno spendendo e immettendo denaro nel sistema. L’India, invece, continua la sua corsa stabile al 6,5% annuo, e potrebbe beneficiare dei cambiamenti nei flussi commerciali internazionali, dato che alcuni investimenti stanno spostandosi da Pechino a Nuova Delhi.
I dazi USA scuotono il commercio globale
Il ritorno dell’approccio protezionista negli Stati Uniti, con l’introduzione di nuovi dazi – cioè tasse sulle importazioni – potrebbe cambiare gli equilibri del commercio internazionale. Secondo le stime, un aumento generalizzato del 10% delle tariffe USA ridurrebbe il PIL mondiale dello 0,8%. Gli effetti si sentirebbero soprattutto negli stessi Stati Uniti. Le incertezze legate ai dazi stanno già incidendo sulle scelte delle imprese, che investono meno per timore di ulteriori tensioni commerciali.
Italia, ripresa lenta e complicata
L’economia italiana ha registrato una crescita dello 0,7% nel 2024 e dovrebbe attestarsi allo 0,6% nel 2025, per poi risalire all’1% nel 2026. La spinta arriverà soprattutto da consumi e investimenti legati al PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che mette a disposizione risorse europee per infrastrutture, digitalizzazione e sostenibilità. Tra il 2025 e il 2026 si prevede l’utilizzo di circa 65 miliardi di euro, una cifra in grado di sostenere soprattutto il settore delle costruzioni. Tuttavia, la fine degli incentivi all’edilizia residenziale ridurrà la crescita nel comparto abitativo.
Energia cara, investimenti deboli
Il caro energia continua a pesare sull’economia italiana. Il gas e l’elettricità hanno registrato nuovi aumenti nel 2025, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie e i margini delle imprese. Inoltre, gli investimenti in impianti e macchinari restano stagnanti, frenati da una politica monetaria ancora restrittiva, dall’incertezza internazionale e dalla scarsa efficacia degli incentivi del Piano Transizione 5.0. Gli investimenti nelle abitazioni calano, mentre crescono quelli in fabbricati non residenziali, spinti dalle risorse del PNRR.
Industria in crisi, ma i servizi tengono
Il settore industriale italiano è in difficoltà. Tra la metà del 2022 e la fine del 2024, la produzione è calata dell’8,2%. I settori più colpiti sono automotive, moda e metallurgia. Tuttavia, la crisi è meno grave in termini di valore aggiunto – cioè del valore effettivo prodotto – e di occupazione, che è addirittura cresciuta anche nei settori più in crisi. Alcune spiegazioni possibili riguardano il miglioramento della qualità dei prodotti e lo spostamento verso comparti a più alto valore. Nel frattempo, i servizi continuano a trainare l’economia, sostenuti dal turismo e dal comparto informatico.
Export in lieve ripresa, Italia penalizzata dai dazi
Le esportazioni italiane sono previste in moderata crescita nel 2025 (+1,3%) e nel 2026 (+1,8%), dopo anni difficili. Tuttavia, i nuovi dazi statunitensi potrebbero penalizzare settori chiave come acciaio, alluminio, farmaceutico e auto. Nel 2024 l’export verso gli USA ha superato i 65 miliardi di euro, pari a oltre il 10% del totale italiano. Un’imposizione tariffaria del 25% su tutti i beni europei potrebbe causare, secondo Confindustria, un calo del PIL italiano dello 0,4% nel 2025 e dello 0,6% nel 2026.
Consumi in crescita grazie al reddito reale
I consumi delle famiglie italiane dovrebbero aumentare dell’0,8% nel 2025 e dell’1,0% nel 2026. A sostenere la spesa saranno l’aumento del reddito disponibile reale – cioè quanto resta in tasca alle famiglie al netto dell’inflazione – e il calo dell’incertezza economica. Anche i tassi di interesse più bassi e l’accesso al credito contribuiranno alla ripresa della domanda interna.
Occupazione in crescita, salari in recupero
L’occupazione crescerà in linea con l’economia, dopo anni in cui il numero di occupati aumentava più rapidamente del PIL. Questo permetterà di migliorare la produttività del lavoro, che era calata. Le retribuzioni reali – cioè i salari al netto dell’inflazione – cresceranno del 2,8% nel biennio, dopo una parziale ripresa già nel 2024. Tuttavia, i salari pubblici restano ancora lontani dai livelli pre-crisi energetica.
Prezzi e conti pubblici sotto controllo
L’inflazione in Italia è in lieve risalita, ma rimane sotto la soglia critica del 2%. Nel 2025 è attesa all’1,8%, per poi toccare il 2,0% nel 2026, anche a causa del caro energia. Il deficit pubblico – cioè la differenza tra entrate e uscite dello Stato – scenderà al 3,2% nel 2025 e al 2,8% nel 2026. Questo permetterà di uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Il debito pubblico, invece, continuerà a salire leggermente, passando dal 137% del PIL nel 2025 al 137,6% nel 2026. Anche la spesa per interessi resterà stabile, grazie al calo dello spread, cioè il differenziale tra i tassi italiani e quelli tedeschi.