L’ex presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, è stato nominato leader di una nuova coalizione ribelle che dichiara apertamente di voler rovesciare il governo guidato dal presidente Félix Tshisekedi. L’annuncio segna una svolta significativa nella crisi che da anni sconvolge il Paese africano e rappresenta il più forte segnale finora emerso del coinvolgimento diretto dell’ex capo di Stato nei movimenti armati attivi nell’est del Congo.
La strategia del Fronte per la Rifondazione della Nazione
La nuova alleanza, denominata «Fronte per la Rifondazione della Nazione» (FRN), sostiene di voler coordinare le diverse forze di opposizione per porre fine a quella che definisce una «tirannia». I promotori affermano di essere pronti a perseguire questo obiettivo con ogni mezzo, compreso l’uso della forza. L’iniziativa è stata presentata a Goma, la più importante città dell’est congolese, controllata dal movimento ribelle M23 dal 2025. Tra i vice di Kabila figura anche Sultani Makenga, comandante dell’M23.
Negli ultimi giorni l’ex presidente aveva già alzato il livello dello scontro politico accusando il governo di Tshisekedi di ignorare le sue proposte per la pacificazione del Paese. Kabila ha inoltre denunciato presunte violazioni costituzionali, cattiva gestione economica, insicurezza diffusa e arresti arbitrari nei confronti di oppositori politici e ufficiali militari. Il rapporto tra i due leader era nato sotto il segno della collaborazione dopo il contestato passaggio di poteri del 2019. Con il tempo però l’intesa si è deteriorata fino alla rottura definitiva.
Secondo diversi osservatori internazionali, la nuova coalizione potrebbe rappresentare un tentativo di ampliare la base politica della ribellione, attirando anche funzionari, militari e cittadini scontenti dell’attuale governo. Gli analisti ritengono che Kabila punti a sfruttare la propria notorietà nazionale per dare maggiore legittimità politica al movimento. L’ex presidente deve però fare i conti con pesanti ostacoli. Nel maggio scorso gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni nei suoi confronti, accusandolo di sostenere l’M23 attraverso aiuti finanziari e incoraggiando diserzioni nell’esercito congolese. Kabila ha respinto le accuse, definendole infondate e motivate da ragioni politiche.





