Il Governo ha superato alla Camera i primi due passaggi della riforma elettorale e ha portato a casa altrettante fiducie, ma il confronto politico resta acceso e il passaggio più delicato deve ancora arrivare. Ma entriamo nei dettagli della giornata di ieri: l’articolo 1 ha ottenuto 226 voti favorevoli, 147 contrari e tre astensioni, mentre nel pomeriggio l’Aula ha approvato anche l’articolo 2 con 227 sì, 149 no e tre astenuti. Il testo, che comprende anche le modifiche introdotte dal Senato sul sistema delle preferenze per Palazzo Madama, entra così nella fase finale dell’esame parlamentare. I prossimi passi: oggi Montecitorio sarà chiamato a votare la terza e ultima fiducia, relativa all’articolo 3, mentre domani è previsto il voto conclusivo sulla legge, che si svolgerà a scrutinio segreto dopo la richiesta avanzata da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Ed è proprio su quel passaggio che si concentra l’attenzione delle forze politiche, perché l’approvazione dei singoli articoli appare al momento meno incerta rispetto alla prova finale dell’Aula.
“Una riforma contro il Parlamento”
Dai banchi dell’opposizione è arrivato un attacco compatto tanto al merito della riforma quanto alla decisione dell’esecutivo di porre la fiducia su tutti e tre gli articoli. Nicola Fratoianni, leader di Avs, ha auspicato che nei prossimi voti possa emergere qualche frattura tra le fila della maggioranza e ha definito il provvedimento segnato, a suo giudizio, da diversi profili di incostituzionalità. La sua critica ha riguardato anche la scelta di modificare le regole elettorali a ridosso del voto, una pratica che considera ormai ricorrente, mentre sul confronto interno al Centrodestra ha insistito sul fatto che la data delle elezioni non dovrebbe trasformarsi in materia di scambio tra i partiti della coalizione. Ancora più netto il giudizio della Capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, che ha parlato di “uno schiaffo al Parlamento” e ha accusato la maggioranza di trattare le istituzioni come se fossero nella propria disponibilità. Secondo Braga la nuova legge ridurrebbe gli spazi di rappresentanza e concentrerebbe maggiormente il potere, lasciando inoltre una parte rilevante delle candidature nelle mani dei partiti.
Sulla stessa linea la Vicepresidente vicaria del gruppo Pd, Simona Bonafè, secondo la quale la riforma nasce dalla paura della maggioranza di affrontare un Centrosinistra unito. Bonafè ha contestato in particolare la reale portata della reintroduzione delle preferenze e il meccanismo del premio di maggioranza, che a suo avviso consentirebbe a una forza o a una coalizione capace di raggiungere il 42 per cento di trasformare una maggioranza relativa nel Paese in una maggioranza parlamentare molto più ampia.
Il Movimento 5 Stelle ha scelto invece di mettere al centro il ricorso alla fiducia e, attraverso la Vicepresidente del gruppo Vittoria Baldino, ha richiamato le parole pronunciate da Giorgia Meloni nel 2017, quando criticò il Governo Gentiloni per una scelta analoga sulla legge elettorale. Per Baldino quella che l’esecutivo presenta come una dimostrazione di compattezza nasconde in realtà una debolezza politica e il timore di lasciare libertà di voto alla propria maggioranza.
Durissimo anche l’intervento della Capogruppo di Avs Luana Zanella, che ha accusato Il Presidente del Consiglio di avere ridotto il Parlamento a una “cinghia di trasmissione” delle decisioni della coalizione. Nel frattempo prosegue il digiuno del Segretario di +Europa Riccardo Magi, che ha riferito di avere ricevuto un messaggio di Giorgia Meloni sulle sue condizioni di salute, ma ha ribadito che sulla questione delle firme non risultano aperture da parte del governo.
Il Centrodestra difende l’impianto della legge
La maggioranza ha respinto le accuse e ha rivendicato invece una riforma che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe rendere più coerente il rapporto tra voto, rappresentanza parlamentare e stabilità di governo. Saverio Romano, coordinatore politico di Noi Moderati, ha insistito sul carattere proporzionale del sistema e ha spiegato che la governabilità sarebbe affidata a un premio di maggioranza condizionato a un livello significativo di consenso, mentre per il Senato restano la soglia del 3 per cento per le liste e quella del 10 per cento per le coalizioni. Romano ha sottolineato anche l’obiettivo di evitare che il voto produca maggioranze politiche diverse nei due rami del Parlamento, presentando la riforma come un tentativo di costruire un rapporto più lineare tra la scelta degli elettori, la composizione delle Camere e la successiva formazione del governo. Ilaria Cavo, Deputata di Noi Moderati, ha respinto i paragoni con la legge Acerbo e con la cosiddetta “legge truffa”, sostenendo che una maggioranza che interviene sulla disciplina elettorale esercita una competenza prevista dall’ordinamento e non compie alcuna forzatura istituzionale. Cavo ha inoltre ricordato che il premio di maggioranza è legato al raggiungimento della soglia del 42 per cento e resta sottoposto a un limite massimo di seggi.
Dalla Lega Andrea Barabotti ha attaccato le opposizioni sul tema delle preferenze, ricordando che il Rosatellum non le prevedeva, e ha difeso l’idea di un sistema nel quale coalizioni, programmi e leadership vengano definiti prima delle elezioni, così da evitare che forze presentatesi come avversarie possano poi ritrovarsi insieme al governo.
A chiudere il fronte della maggioranza è stato Antonio Tajani. Il Ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, lasciando la Camera, ha assicurato che nel Centrodestra “è tutto tranquillo”, ha ribadito la convinzione che la legislatura debba arrivare fino alla sua naturale conclusione e si è detto certo della compattezza della coalizione sulla legge elettorale.





