Il tetto ai prezzi deciso per ottobre da Eni e da altre compagnie petrolifere attenua il caro carburanti, ma non azzera l’aumento della spesa. Secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia, famiglie e imprese italiane pagheranno comunque 1,1 miliardi di euro in più rispetto a un mese del 2025. Roma registra l’incremento maggiore, con 68,5 milioni, davanti a Milano, Napoli, Brescia, Torino e Bari. I calcoli assumono per il 2026 gli stessi consumi dello scorso anno. Dall’inizio del conflitto, il prezzo medio alla pompa della benzina è aumentato del 29,1%, quello del gasolio del 36,6%. Nell’ultima settimana considerata dalla Cgia, i prezzi self service si sono attestati intorno a 2,1 euro al litro per la verde e a 2,3 per il diesel. Su base annua, l’associazione stima per il 2026 una maggiore spesa nazionale di circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2025, pari al 20,4%. L’aggravio medio mensile supera 1,1 miliardi.
La stima utilizza i dati sui consumi 2025 del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e ipotizza gli stessi volumi per quest’anno. Per il 2026 la Cgia considera prezzi medi annui di 1,950 euro al litro per la benzina e 2,050 per il gasolio, inferiori ai valori rilevati dal Mase nella settimana dal 21 al 27 settembre.
Lombardia prima per maggiore spesa
A livello regionale, la Lombardia registra l’aggravio mensile più alto, con 163,9 milioni di euro, seguita dall’Emilia-Romagna con 111,1 milioni e dal Veneto con 106,1. Seguono Lazio a 104,7 milioni, Sicilia a 91,9 e Campania a 89. Nel complesso il Mezzogiorno presenta una crescita annua del 21,1%, con 4,474 miliardi di spesa aggiuntiva rispetto al 2025. Roma guida la classifica delle province Il peso maggiore in valore assoluto, nel confronto mensile con il 2025, ricade sulle grandi aree metropolitane. Roma è al primo posto con 68,5 milioni di euro in più, Milano raggiunge 49,5 milioni, Napoli 39,6, Brescia 31,2, Torino 27,8 e Bari 25,6. Secondo la Cgia, sul risultato incidono il numero dei residenti, le auto immatricolate e la presenza dei mezzi pesanti delle imprese di autotrasporto.
Due strade per alleggerire il conto
L’Ufficio studi individua due possibili interventi per reperire risorse. Il primo passa dalla spesa pubblica, che nel 2026, al netto degli interessi, dovrebbe sfiorare 1.090 miliardi di euro. Una riduzione dell’1%, secondo l’associazione, libererebbe quasi 11 miliardi da destinare anche al contenimento dei costi di carburanti, luce e gas. La Cgia cita inoltre i 130 miliardi annui di agevolazioni fiscali tra deduzioni e detrazioni e propone una loro razionalizzazione. La seconda ipotesi riguarda un maggiore ricorso al debito, subordinato a un via libera europeo sui vincoli di bilancio. La Cgia richiama quanto accadde nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando l’Unione europea concesse agli Stati membri maggiore flessibilità.
Dal 19 marzo, secondo i dati riportati nello studio, il governo Meloni ha adottato 13 provvedimenti contro il caro carburante. Le riduzioni delle accise hanno comportato un costo per lo Stato di 2,1 miliardi, ai quali si aggiungono circa 500 milioni di crediti d’imposta destinati ad autotrasportatori, agricoltori e pescatori. Il valore complessivo degli interventi degli ultimi sei mesi e mezzo supera così i 2,6 miliardi di euro.
La Cgia mette il dato a confronto con il 2022, quando il governo Draghi ridusse le accise per otto mesi consecutivi, con una spesa complessiva di 7,3 miliardi di euro. Lo studio precisa che lo scenario economico dei due periodi presenta differenze, pur a fronte di aumenti dei carburanti indicati come molto simili.





