L’arresto dell’intera squadra editoriale di una delle poche realtà giornalistiche indipendenti ancora attive in Egitto ha riacceso le preoccupazioni sulla libertà di stampa nel Paese. Sei giornalisti della piattaforma online ‘Matsadaash’, il cui nome significa ‘Non credere’, sono stati fermati dalle autorità con l’accusa di appartenere ai Fratelli Musulmani, organizzazione dichiarata illegale dal governo egiziano dal 2013.
Secondo le autorità, i giornalisti avrebbero fatto parte di una struttura mediatica collegata al movimento islamista, producendo notizie false in cambio di finanziamenti provenienti dall’estero. Le accuse sono state però respinte con decisione dai responsabili della testata. Il cofondatore Abdelrahman Mansour, che si trova fuori dall’Egitto, sostiene che la redazione abbia sempre operato come organo d’informazione indipendente e che non esista alcun legame con l’organizzazione messa al bando.
L’episodio ha suscitato una forte reazione da parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani, associazioni per la tutela dei giornalisti e gruppi della società civile. Oltre ottanta organizzazioni hanno sottoscritto una richiesta congiunta per ottenere il rilascio immediato dei reporter, definendo l’operazione una grave escalation contro la libertà di espressione.
Fondata nel 2018 come piattaforma specializzata nel fact-checking, ‘Matsadaash’ si è progressivamente trasformata in una testata conosciuta per le sue inchieste e le verifiche delle informazioni diffuse online. Pur avendo il proprio sito bloccato all’interno dell’Egitto, il progetto è riuscito a costruire un vasto seguito sui social network, superando il milione di follower.
Diverse organizzazioni internazionali collocano l’Egitto tra i Paesi con il maggior numero di giornalisti detenuti al mondo. Secondo gruppi locali per i diritti civili, decine di professionisti dell’informazione si trovano attualmente in carcere. L’utilizzo dell’accusa di appartenenza ai Fratelli Musulmani contro oppositori, attivisti o giornalisti critici è diventato negli anni uno degli strumenti più controversi della politica repressiva del governo egiziano.





