Passerella moda

America’s Next Top Model: il lato oscuro del reality che ha segnato gli anni Duemila

È uscito da poco su Netflix un reality che raccoglie le testimonianze sulle verità nascoste dietro le quinte di America’s Next Top Model, il programma cult degli anni Duemila in cui aspiranti modelle affrontavano prove estreme per inseguire il successo. Dinamiche e sfide, che allora facevano spettacolo, ma che oggi finirebbero facilmente al centro di forti polemiche. Una denuncia di quanto lo showbusiness fosse disposto a sacrificare, in termini di umanità, sull’altare dello share
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Negli anni Duemila era quasi impossibile fare zapping senza imbattersi in America’s Next Top Model, un reality che vantava notevoli ascolti. Un documentario trasmesso da Netflix, Reality Check: The Truth About America’s Next Top Model, ne ripropone, però, una rilettura dalla quale appare chiaro come fosse sì specchio degli anni Duemila, ma anche di un’epoca in cui la sensibilità verso certi temi sociali era poco diffusa e raramente trovava spazio nel dibattito pubblico. Un programma che, riguardato con gli occhi di oggi, appare invecchiare male, perché quelle che allora furono fatte passare per semplici prove di carattere e normale competizione sono, invece, il risultato di vessazioni e gravi discriminazioni.

Più che un’operazione nostalgica, è una rilettura critica che si interroga su quanto certe dinamiche, considerate normali all’epoca, oggi risultino problematiche e inaccettabili. La domanda sottesa è semplice e allo stesso tempo scomoda, cioè fino a che punto, ci si può spingere in nome dello spettacolo. Ciò che allora veniva raccontato come disciplina, prove di carattere o “formazione” ora appare a molti forme di pressione psicologica, esposizione mediatica senza adeguate tutele e spettacolarizzazione del disagio. Il risultato è un cortocircuito, per cui un programma celebrato per anni e largamente imitato rivela dinamiche tossiche non solo per le concorrenti, ma anche per un pubblico giovane, pronto a interiorizzare modelli irrealistici di fisici e di autostima.

E i suoi critici più severi sono proprio i giovani della Generazione Z, che si è trovata spiazzata davanti a dinamiche un tempo normalizzate e oggi difficili da accettare. La sua riscoperta diventa allora un esercizio collettivo di consapevolezza, per capire cosa abbiamo guardato, cosa abbiamo interiorizzato e quanto la televisione, ieri come oggi, contribuisca a definire i confini tra intrattenimento e responsabilità.

Su cosa si basava

Il reality, ideato e condotto da Tyra Banks, icona delle passerelle anni Novanta e top model di fama internazionale, prometteva di trasformare ragazze comuni in stelle dell’alta moda. Giovani provenienti da contesti ordinari lasciavano le proprie case per affrontare prove estreme, sfidare paure e inseguire un sogno: entrare in uno dei mondi più ambiti e impenetrabili dell’epoca. E per anni il programma è stato percepito come un prodotto televisivo di grande successo. Ventiquattro stagioni, ascolti solidi, un immaginario fortissimo costruito attorno a un settore elitario fatto di bellezza, altezza e magrezza, ma anche di personalità e carisma. In realtà, però, le concorrenti non dovevano solo essere fotogeniche, ma dovevano anche “funzionare” davanti alla macchina da presa, reggere la pressione, incarnare una narrazione. E quella narrazione era spesso costruita con precisione su drammi, rivalità, cadute e riscatti, momenti di commozione calibrati per tenere lo spettatore incollato allo schermo.

Il controverso personaggio di Tyra Bank

Il personaggio di Tyra Banks osservato con uno sguardo contemporaneo, appare controverso rispetto all’immagine che era riuscita a costruirsi all’epoca. Da mentore severa ma visionaria, nel documentario si trasforma in produttrice potente, inserita in un sistema televisivo che premiava lo shock e l’audience.

Nel documentario vengono ricordati episodi di body shaming, rimproveri diventati virali negli anni e scelte “didattiche”, che oggi suonano più come umiliazioni pubbliche che come formazione professionale. Eppure proprio la Banks in passato era stata a sua volta vittima di body shaming, mostrandosi inizialmente come una paladina pronta a tutelare le sue protette da un’industria spietata. Con il tempo, però, quella promessa di protezione si è incrinata. In più occasioni il suo ruolo è apparso meno quello di guida e più quello di figura autoritaria, pronta a sacrificare la sensibilità delle concorrenti in nome dello spettacolo.

Prove estreme e body shaming

Nel reality il body shaming era una presenza ricorrente, così come i commenti sul peso, sulle “proporzioni”, su cosa andasse corretto per poter lavorare nell’industria. Emblematico il caso di Danielle Evans, poi vincitrice della sesta edizione, alla quale fu “suggerito” di chiudere il gap tra i denti, perché ritenuto poco spendibile nel mercato fashion. In un altro caso vennero addirittura estratti dei denti a una concorrente per lo stesso motivo. Episodi che sono diventati simbolo delle pressioni esercitate sulle partecipanti in nome della “spendibilità”.

I makeover, momento iconico del programma, spesso si trasformavano in esperienze emotivamente molto forti. Tagli drastici, decolorazioni aggressive e cambi d’immagine non sempre condivisi venivano giustificati come prove di adattabilità. Diverse ex concorrenti hanno raccontato il disagio vissuto durante queste trasformazioni.

Anche l’introduzione di modelle definite “curvy” nel corso delle stagioni non contribuì a migliorare il clima, già segnato da standard rigidi. Se oggi le modelle plus size vengono inserite nelle passerelle in un’ottica di inclusione, nel programma la loro presenza sembrava talvolta funzionale alla creazione di dinamiche umilianti. Il termine “curvy”, poi, in questo caso appare quasi paradossale. Le concorrenti in questione, infatti, indossavano taglie che, nella realtà, corrispondevano a una 42, ma all’interno del programma venivano trattate come se fossero già fuori standard in modo estremo. Spesso non erano disponibili abiti della loro taglia e i commenti sul loro fisico diventavano ricorrenti. Ma nemmeno le modelle più magre ne erano immuni. Bastavano pochi chili in più per essere etichettate con appellativi dispregiativi e qualunque corpo poteva diventare oggetto di critica.

Anche alcune prove fotografiche sono state rilette in chiave critica. Servizi in cui le modelle erano sospese a grandi altezze o in piscine ghiacciate o tra insetti vivi, proposti come esercizi di professionalità, erano, in realtà, vissuti dalle protagoniste come situazioni estreme, con potenziali rischi per la salute.

La spettacolarizzazione del disagio

I traumi, poi, erano delle vere e proprie attrazioni per lo show. In un episodio raccontato nel documentario una concorrente, la cui madre era rimasta paralizzata in seguito a una sparatoria, si trovò a partecipare a uno shooting in cui doveva impersonare una vittima da arma da fuoco. Secondo il suo racconto non si trattò di una coincidenza, ma di una scelta consapevole per intensificare la dinamica televisiva, con un impatto emotivo significativo su di lei.

In altre situazioni si è arrivati persino a qualcosa che oggi chiameremo vera e propria molestia. Durante un servizio, che prevedeva di posare con uomini, uno dei modelli ebbe atteggiamenti insistenti nei confronti di una concorrente, che manifestò più volte il proprio dissenso. Nonostante ciò, fu invitata a proseguire lo shooting. Altra situazione surreale fu quando scene di un tradimento non strettamente legato alla competizione venne incluso nel montaggio, con conseguenze dirette sulla vita privata della partecipante. Episodi che mostrano come il programma si spingesse oltre il limite del consenso delle concorrenti.

Infine, non sono mancati casi legati allo stravolgimento dell’identità etnica. Alcuni servizi fotografici prevedevano trasformazioni attraverso trucco e styling per interpretare etnie diverse, pratiche oggi considerate offensive e culturalmente problematiche. In altri casi, le concorrenti sono state invitate a “modulare” la propria identità per risultare più commerciali, alimentando un dibattito sul modo in cui il programma trattava la diversità.

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