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Iran, il grande gioco della deterrenza: diplomazia in stallo, portaerei in mare e Medio Oriente in massima allerta

Iran, il grande gioco della deterrenza: diplomazia in stallo, portaerei in mare e Medio Oriente in massima allerta

Con i negoziati sul nucleare in fase di stallo, Washington rafforza la presenza militare tra Mar Arabico e Mediterraneo mentre Israele alza i livelli di difesa e le diplomazie evacuano il personale. Tra pressioni interne a Teheran, allerta regionale e rischio di errori di calcolo, la crisi iraniana entra in una fase in cui la deterrenza può trasformarsi in conflitto
sabato, 28 Febbraio 2026
4 minuti di lettura

Il Medio Oriente si trova in un momento di straordinaria tensione e sospensione. L’Iran, con le sue mosse strategiche e la complessa rete di alleanze regionali, è al centro di una crisi che intreccia diplomazia inceppata, presenza militare imponente e un’attenzione internazionale senza precedenti.

Le principali testate internazionali, dal New York Times alla Associated Press, dal Times of Israel al The Guardian, oltre alle nostre ANSA e Agenzia Giornalistica Italia, tracciano un quadro in continua evoluzione, dove ogni ora porta conferme di rischi concreti e segnali inquietanti.

La prova di forza americana

Negli ultimi giorni la proiezione di forza statunitense è diventata palpabile. La portaerei USS Abraham Lincoln è arrivata nel Mar Arabico con caccia operativi a bordo, chiarendo l’intento di Washington di mantenere una deterrenza credibile verso Teheran. A questa imponente presenza si aggiunge la USS Gerald R. Ford, la portaerei più grande al mondo, ora segnalata nel Mediterraneo orientale nell’ambito dello schieramento nel teatro mediorientale. Parallelamente, un movimento significativo di aerei F35, F15E e F22 Raptor è stato monitorato a partire dalla base RAF di Lakenheath nel Regno Unito, con conferme che alcuni F22 sono già stati posizionati su basi israeliane strategiche.

Anche la logistica è in movimento: gli aerei cisterna della base di AlUdeid in Qatar sono stati ritirati per riorganizzazioni strutturali, mentre nuove forze di supporto stanno facendo rotta verso Israele per consolidare la catena di rifornimento in funzione di una possibile escalation.

Le criticità

Sul fronte diplomatico la situazione resta fragile e segnata da delusioni e contrasti. I colloqui di Ginevra, secondo Bloomberg, si sono conclusi con la partenza da parte di Steve Witkoff e Jared Kushner, giudicati poco soddisfatti dai progressi, nonostante la disponibilità delle parti a riprendere i negoziati tecnici nei prossimi giorni a Vienna.

Le divergenze si confermano su tre pilastri critici: l’arricchimento dell’uranio, i tempi di verifica e il regime di sanzioni da applicare. Le stesse autorità iraniane – incluse figure religiose di spicco – hanno ribadito che il programma nucleare proseguirà, nonostante la crescente pressione internazionale, consolidando una rottura di fondo con Washington. A ciò si aggiungono tensioni interne che complicano ulteriormente il quadro.

Le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per un aumento delle esecuzioni legate alle proteste interne in Iran, un fattore che contribuisce alla pressione politica interna e potrebbe avere ricadute sulla stabilità regionale in un momento in cui ogni segnale è amplificato.

Il clima di allerta è testimoniato anche dalle evacuazioni diplomatiche e dagli avvisi rivolti ai cittadini stranieri. Il Kazakistan ha invitato i propri cittadini a lasciare immediatamente il Paese. La Cina ha raccomandato di evitare viaggi in Iran e di valutare l’uscita finché possibile. Simili avvisi sono stati emessi dal Canada e da altri Governi occidentali. Inoltre, il Regno Unito ha ritirato temporaneamente il proprio personale diplomatico dall’Iran come misura di precauzione.

Negli Stati Uniti, l’ambasciata a Gerusalemme ha autorizzato la partenza delle famiglie dei diplomatici e del personale non essenziale, con restrizioni operative imposte al restante staff lungo i confini di Gaza e Libano.

Israele si prepara al peggio

Il Vicepresidente USA ha ribadito che, pur escludendo una guerra prolungata come scenario prioritario, il rischio di escalation resta concreto e le opzioni militari vengono costantemente rivalutate dai vertici del Pentagono. A conferma dell’importanza della crisi per l’agenda statunitense, il Segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che effettuerà una visita in Israele la prossima settimana, un segnale tangibile dell’intensificazione dell’impegno diplomatico americano nella regione.

In Israele, l’allerta è percepita in ogni angolo del Paese. Le autorità hanno aperto rifugi comunali a Be’er Sheva e nelle regioni centrali, mentre il sistema di difesa Iron Dome è stato ulteriormente potenziato con batterie distribuite in punti considerati critici.

La minaccia principale per Tel Aviv resta un possibile coinvolgimento di Hezbollah, un attore che potrebbe aprire un fronte settentrionale dal Libano, compattando le dinamiche di un conflitto regionale più ampio. L’esercito israeliano mantiene la massima vigilanza, pur senza modificare le istruzioni rivolte alla popolazione civile, in un equilibrio delicato tra normalità quotidiana e preparazione all’emergenza. In un messaggio alla stampa, il portavoce dell’IDF ( Israel Defense Forces,), Effie Defrin, ha affermato che “l’esercito monitora attentamente la situazione e resta pronto a difendere il Paese… ogni eventuale aggiornamento operativo sarà comunicato tempestivamente”.

La dimensione mediatica e interna all’Iran non è secondaria a quella militare e diplomatica. Il principe ereditario in esilio, Reza Pahlavi, ha lanciato Revolution TV, piattaforma dedicata a contrastare la narrativa controllata dallo Stato iraniano.

Le proteste interne, i dibattiti sui social network e le discussioni pubbliche testimoniano una popolazione critica e attenta, un mosaico di opinioni, che riflette un malcontento diffuso e che, in maniera indiretta, incide sulla percezione internazionale della stabilità del regime.

Gli equilibri globali

Il contesto geopolitico più ampio non va sottovalutato. Russia e Cina, pur mantenendo approcci cauti, osservano attentamente ogni sviluppo rispettando i propri interessi energetici e strategici, in particolare nelle forniture di petrolio e gas. Allo stesso tempo, l’Unione Europea si mostra vigile e pronta, almeno in sede diplomatica, a promuovere iniziative volte a evitare un’escalation generale.

La combinazione di presenza militare statunitense, portaerei, caccia stealth e flotte multiruolo crea un deterrente dal profilo ambivalente: abbastanza incisivo da scoraggiare un’azione improvvisa, ma intrinsecamente vulnerabile agli errori di calcolo. Anche le autorità civili israeliane hanno predisposto piani di emergenza per le aree urbane: linee guida dettagliate per la gestione dei rifugi, l’isolamento dei letti e spazi di riposo per il personale sanitario, con procedure igieniche di emergenza in caso di attacchi prolungati, riflettono uno Stato che prepara la popolazione al peggio pur sperando nel meglio.

Il rischio reale

Il rischio più alto resta sempre l’errore di calcolo. In un contesto dove flotte navali, velivoli di quinta generazione e milizie regionali sono attivi, basterebbe un singolo incidente per trasformare la deterrenza in conflitto aperto.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ribadisce la necessità di accesso completo agli impianti nucleari iraniani, con particolare attenzione al sito di Isfahan, dove l’uranio è arricchito fino al 60 %, livelli molto vicini a quelli utilizzabili per fini militari secondo i criteri tecnici degli esperti. Il mancato accesso completo alimenta dubbi e preoccupazioni sulla capacità di monitoraggio reale del programma nucleare iraniano.

Il Medio Oriente oggi vive un tempo sospeso: le diplomazie sono al lavoro, le portaerei restano in mare, i rifugi sono aperti e i diplomatici partono. Ogni mossa pesa più del previsto, e ogni aggiornamento va seguito con la massima attenzione, perché la linea sottile tra deterrenza e conflitto aperto resta incredibilmente fragile.

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