Cinque Paesi della Nato hanno raggiunto un accordo per avviare una produzione congiunta di droni a basso costo, con l’obiettivo di rafforzare rapidamente le capacità difensive dell’Alleanza e sostenere gli sforzi ucraini sul campo. L’intesa, annunciata a Bruxelles dopo settimane di negoziati tecnici, punta a creare una filiera agile, economica e facilmente scalabile, capace di rispondere alla crescente domanda di sistemi senza pilota nei conflitti moderni. Secondo fonti diplomatiche, il progetto coinvolge Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Danimarca, tutti Paesi che negli ultimi due anni hanno investito massicciamente in tecnologie militari leggere e ad alta replicabilità.
L’obiettivo è produrre migliaia di droni ricognitivi e d’attacco, con costi unitari contenuti e componenti in larga parte commerciali, così da ridurre la dipendenza da fornitori esterni e accelerare i tempi di consegna. La decisione arriva in un momento in cui l’Ucraina denuncia una crescente pressione russa sul fronte orientale e un uso sempre più massiccio di droni kamikaze. Per Kiev, la disponibilità di piattaforme economiche e facilmente sostituibili è diventata cruciale per compensare la superiorità numerica russa e mantenere la capacità di sorveglianza lungo una linea del fronte che supera i mille chilometri. Gli alleati coinvolti sottolineano che il progetto non mira solo a sostenere l’Ucraina, ma anche a rafforzare la resilienza interna della NATO.
La guerra ha mostrato che i droni non sono più un supporto tattico, ma un elemento strutturale della difesa moderna: economici, adattabili, difficili da intercettare. E soprattutto, indispensabili. L’iniziativa potrebbe diventare un modello per future cooperazioni industriali all’interno dell’Alleanza, in un contesto in cui la rapidità di produzione e la capacità di innovare contano quanto — se non più — la potenza di fuoco tradizionale.



