Dall’inizio dell’anno, nelle aree occupate dell’oblast di Zaporizhzhia, la Russia ha formalizzato un principio che finora era rimasto implicito: il sospetto come metodo di governo. Le autorità di occupazione parlano di “eliminazione preventiva della minaccia”, ma la sostanza è più semplice e più inquietante: considerare l’intera popolazione civile come un bacino potenziale di slealtà.
Secondo fonti qualificate, ai militari russi dispiegati tra Vasylivka e Kamianske è stato ordinato di adottare “misure preventive” contro ogni possibile forma di opposizione, fino all’arresto di cittadini colpevoli di avere applicazioni ucraine installate sul proprio telefono.
Le perquisizioni sistematiche, i controlli dei dispositivi elettronici, le detenzioni arbitrarie non sono più strumenti emergenziali: sono diventati l’architrave di un sistema che istituzionalizza il controllo e normalizza la paura.
Dal febbraio 2022 Mosca ha cercato di consolidare la propria presa sui territori occupati attraverso una combinazione di coercizione amministrativa, passaportizzazione forzata, repressione linguistica e riscrittura identitaria.
L’obiettivo non è solo il controllo del territorio, ma la trasformazione della società. Eppure, a quattro anni compiuti dall’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022 – e a quasi dodici anni dall’occupazione della Crimea nel marzo 2014 – la frattura tra controllo militare e consenso politico non si è ricomposta: si è approfondita. Il malcontento non si è dissolto; si è adattato.
La resistenza ucraina, coordinata dalle Forze per le Operazioni Speciali e sostenuta da reti civili, ha assunto forme più organizzate: raccolta di informazioni, sabotaggi mirati, diffusione di messaggi filo-ucraini.
Nell’ottobre 2025 un treno militare russo è deragliato tra Chernihivka e Stulneve, nel distretto di Berdiansk, con danni significativi all’infrastruttura ferroviaria. Non si è trattato soltanto di un gesto simbolico, ma della dimostrazione concreta che la logistica russa nei territori occupati resta vulnerabile, esposta a una pressione costante.
La resistenza non si limita alle aree occupate dopo il 2022. In Crimea, annessa nel 2014, gruppi partigiani hanno colpito infrastrutture ferroviarie nei pressi di Simferopol, interrompendo temporaneamente linee cruciali per i rifornimenti diretti verso l’Ucraina meridionale.
Dalla fine del 2025 si è registrato un aumento di atti di sabotaggio anche all’interno della Federazione Russa: nodi ferroviari, impianti industriali legati alla difesa, infrastrutture di comunicazione in regioni di confine e in grandi città come Mosca e San Pietroburgo. A dicembre, obiettivi ferroviari nei pressi di Bataysk, vicino a Rostov-on-Don, sono stati colpiti perché considerati snodi strategici per i rifornimenti verso Kherson, Zaporizhzhia, Donetsk e la Crimea.
Gli attacchi hanno riguardato moduli tecnici e sistemi di alimentazione a supporto delle torri di telecomunicazione utilizzate per il coordinamento militare e la guerra elettronica. È il segnale di una trasformazione: dalla protesta visibile al sabotaggio mirato, dall’esposizione di simboli nazionali alla neutralizzazione delle infrastrutture che sostengono l’apparato militare russo.
Accanto a queste azioni, continua una resistenza più silenziosa ma non meno significativa. Movimenti civili come il Nastro Giallo distribuiscono simboli e messaggi a Simferopol, Yalta e Sevastopol, riaffermando la sovranità ucraina. In un contesto di sorveglianza pervasiva, anche un volantino o un nastro giallo affisso a un palo della luce diventano atti di coraggio.
L’uso di codici QR collegati a piattaforme sicure e di reti VPN per mantenere l’accesso a informazioni in lingua ucraina testimonia una società che si adatta alla repressione senza accettarla. L’obbedienza amministrativa che Mosca riesce a imporre non si traduce in adesione politica: è conformismo forzato, non fedeltà.
Consapevole di questa frattura, il Cremlino ha ampliato il proprio apparato repressivo. Il bilancio federale per il triennio 2026-2028 prevede un aumento costante delle spese per la sicurezza nazionale e l’applicazione della legge. Personale di polizia proveniente dalla Russia viene trasferito nei territori occupati; gli ufficiali locali sono marginalizzati; incentivi economici e abitativi favoriscono l’insediamento di funzionari fedeli.
L’FSB supervisiona un sistema che codifica detenzioni arbitrarie sotto l’etichetta di lotta all’estremismo e allo spionaggio. Procedimenti per terrorismo e tradimento vengono istruiti con modalità opache, spesso a porte chiuse.
In Crimea, nel solo quarto trimestre del 2025, i procedimenti penali politicamente motivati hanno raggiunto livelli di gran lunga superiori alla media nazionale russa, con un’altissima percentuale di condanne detentive. La penisola è diventata il laboratorio di un modello che ora viene replicato altrove: una governance fondata sulla securitizzazione permanente della società civile.
Eppure proprio l’intensità di questo apparato repressivo rivela il limite strutturale dell’occupazione. Se fosse bastato il controllo militare, non sarebbe stato necessario trasformare ogni cittadino in un sospetto permanente. Se l’integrazione fosse reale, non occorrerebbe moltiplicare le perquisizioni, controllare gli smartphone, criminalizzare il dissenso passivo.
La Russia può imporre passaporti, riscrivere manuali scolastici, riempire le carceri; può costringere al silenzio, ma non alla convinzione. Non è riuscita a spezzare la volontà di una parte significativa della popolazione ucraina che, pur sotto minaccia costante, continua a riconoscersi nello Stato ucraino.
Sebbene la resistenza non metta oggi a rischio immediato il controllo territoriale russo, la sua persistenza rappresenta la prova più evidente del fallimento politico dell’occupazione. Mosca è costretta a investire risorse crescenti per mantenere ciò che non riesce a legittimare. L’ordine che produce è fragile perché fondato sulla coercizione; la stabilità che rivendica è apparente perché dipende dalla paura.
In questo divario tra forza e consenso si misura la distanza tra dominio e legittimità. E finché quella distanza resterà così ampia, la Russia potrà occupare città e regioni, ma non potrà annientare l’idea di Ucraina che continua a vivere, ostinata, nei gesti quotidiani di chi rifiuta di essere assimilato.



